Storie di famiglie romane

Non solo a Roma, certo, ma io abito qui. Qui sono nata alla fine degli anni Sessanta, quelli del boom; nell’anno in cui Volare (anzi Il blu dipinto di blu) trionfa a Sanremo, Nabokov pubblica Lolita, Kilby inventa il microchip e la casa editrice Feltrinelli pubblica, postumo, il Gattopardo. Sono dello stesso anno di Alessandro Baricco, di Sharon Stone, di Michelle Pfeiffer, di Madonna, di Michael Jackson e di Andrea Bocelli, tanto per dire: pur essendo figlia unica sono venuta al mondo in buona compagnia.

Non solo a Roma, dicevo, chiudono le librerie. Quelle storiche. Le “indipendenti”. Quelle nate dalla passione di qualcuno o di qualcuna che voleva fare il libraio o la libraia. Ha tremato “Remainders”, per esempio: a luglio del 2010. Più o meno nell’indifferenza collettiva. Perché Roma, la mia città natale, è così: letargica, buontempona e menefreghista.

“Remainders” non era solo una grande libreria: era il paese delle meraviglie rese possibili, accostabili, di… massa perché i libri costavano meno e quindi erano accessibili a tutte le tasche e a casa mia il rito “andiamo da Remainders” ha costituito buona parte della mia iniziazione alla lettura. Libri che dal magazzino di giacenza tornavano a nuova vita: fuori commercio, fuori catalogo, insomma “avanzi” o “resti” che invece di andare al macero finivano nelle mani di una bambina, per esempio, affamata di storie. Libri risorti. Libri che vincevano sulla morte. Pezzi rari, spesso bellissimi perché essere evitati dal mercato non equivale a una sentenza di non qualità, anzi.

Era il 1964 quando Biagio Melloni fondò in Italia la catena delle librerie “Remainders”. Nell’anno 2010, quarantasei anni di vendita a metà prezzo (a volte anche superiore) vanno dritti dritti al macero. “Un calo di vendite”, così lamenta il signor Rodolfo Giammona, titolare della libreria di piazza San Silvestro, “insostenibili le spese di gestione e l’affitto…”

Insostenibile, sempre, la Cultura in questo Paese. Non solo a Roma.

Ma qualcuno (una cordata di gente che in quel luogo dice di essere cresciuta come “lettore”) propone il miracolo: “Remainders” è un’istituzione culturale della Città, non può chiudere! Ci pensi il comune di Roma, che a quell’epoca vede Alemanno come sindaco e il benedetto Croppi come assessore alla Cultura. Bene, tale è la cronaca registrata sul web fino al fatidico anno della presunta scomparsa e pronta resurrezione, il 2010, appunto. Dopo di che nulla: il web non dà notizie sulla nuova locazione e se nel 2016 digiti “Remainders” il web ti accoglie, con un sito orribile, ancora a piazza San Silvestro…

Dov’è finita “Remainders”? Misteri italiani. 

Le librerie, quindi, a Roma chiudono o spariscono. Che non è proprio la medesima cosa anche se l’effetto, anzi la caduta, è la stessa.

Ora sempre nel centro storico, quindi nel cuore della Città, un’altra libreria annuncia la sua fine, la data è prossima: il 4 maggio. Nell’anagrafe libraria è registrata come “Invito alla lettura” lo stesso Nome di quell’impresa titanica che per decenni ha rappresentato la Fiera dell’editoria antiquaria e indipendente nei Giardini di Castel Sant’Angelo, molto prima della “Fiera della piccola editoria” imprigionata nelle vetrine asfittiche del Palazzo dei Congressi.

Lo stesso Nome non è casuale perché i proprietari e titolari della libreria sono le medesime persone (una famiglia) che quell’impresa l’hanno inventata assistendo, senza ricevere aiuti, alla lenta e necessaria trasformazione della loro Fiera editoriale in un enorme suk.

Eppure, a baluardo o a testimonianza tenace di quella che fu e resta una loro eroica impresa, questa famiglia, nell’area del lungotevere di fronte ai Giardini Portoghesi, cura e gestisce bancarelle di libri e oggettistica in stile parigino e un Bibliobar, un chiosco-biblioteca che accoglie, in uno scenario da brivido, sotto lo sguardo imperioso di Castello, i gesti minimi ma mai marginali di chi resiste a far Cultura sperando, all’aperto, nella clemenza storica del cielo blu di Roma.

Perché di altre clemenze ormai non c’è più traccia.

La dott.ssa Vano alla Manifestazione di Castel Sant'Angelo

La dott.ssa Vano alla Manifestazione di Castel Sant’Angelo ex Invito alla Lettura

Bibliobar

Eventi al Bibliobar – Giardini Portoghesi

Il Bibliobar

Il Bibliobar

Si muore in tanti modi, a Roma, anche facendo una festa. Perché chi è intelligente sa che non deve aspettarsi nulla se mai nulla ha avuto e l’unico credito che può vantare è far sentire tutti gli altri debitori. Quindi “Invito alla Lettura” muore regalando se stessa: pezzi veri, non solo libri. Uno smantellamento reale:

le regole della festa indetta per il 4 maggio:
l’ingresso alla festa sarà dato da un contributo volontario (di tre euro minimo).
In cambio di tale contributo ci sarà un pezzo della libreria da portare via con sé. Oggetto, libro o altro. Il bar sarà aperto e a disposizione di tutti con prezzi modici fino ad esaurimento scorte.

Chiunque abbia avuto a che fare con la libreria e con l’omonima manifestazione, è invitato.
Gli artisti che abbiano avuto a che fare con noi (e anche chi non abbia avuto a che fare con noi) e che vogliano esibirsi per salutare la libreria e il lavoro che la mia famiglia ha fatto per anni, saranno i benvenuti. Sono, comunque, pregati di scrivermi in privato per concordare una scaletta.
Per le note tecniche, ci sarà sicuramente un impianto a disposizione.

Non so se qualcuno/a di voi sia mai entrato in questo bazar,  in Corso Vittorio Emanuele II, numero civico 283, che ben ricorda l’omonimo libro del maestro dell’Horror Cose preziose: oggetti kitch e d’epoca, libri rari e fogli di periodici del Novecento, souvenir da brivido e soldatini di piombo, la prima edizione de Il cavaliere inesistente di Italo Calvino,  legatura in tela con piatto cartonato e ill. a colori…

Fino a poco tempo fa – il sito web recita: l’edizione delle Poesie di Foscolo (la n. 20) “composta a mano con i caratteri Palladio disegnati da Alberto Tallone e incisi da Ch. Malin, tirata in 533 esemplari di cui 7 su carta Japan Misumi nature, 14 su Japan Hodomura, 212 su vergata avorio Sicars e 300 su Velin blanc pur chiffon d’Arches”.

Oppure, con le acqueforti originali di Enrico Castelli, l’esemplare n. 1370 de I promessi Sposi con le tavole datate (1944) e firmate a matita dall’artista. Si segnala sempre sul sito: “lievissimi segni del tempo, ottime condizioni”.

Cose così. Cose preziose. Cose che conservano “lievissimi segni del tempo” di cui questa Città, smemorata, può fare a meno.

Riteniamo molto importante salutare un luogo che ha avuto enorme importanza nella nostra vita e un discreto successo negli ultimi 25 anni della vita culturale di Roma. Se la fine è importante in tutte le cose, allora è bene far sì che quella che per molti sarà, in futuro, una grande mancanza nella città di Roma, venga celebrata degnamente.

Ci vediamo il 4 maggio.
Lucio Villani
Rosanna Vano
Vito Altieri
Giulio Villani
Massimo Altieri

Io ci sarò. Amen

narrAzioni

I costi del gratuito

C’è sempre, nella vita di ognuno/a, un passaggio del Mar Rosso.

Il momento, magico, in cui ci si libera da un condizionamento, da una schiavitù che magari solo “ieri” non si percepivano tali perché è facile adeguarsi a come vanno le cose. A come fan tutti. L’inerzia rassicura.

Se si dimentica che il desiderio è un motore, la spinta esistenziale a costruirci il destino,  i sogni vanno al macero – non importa se originali o banali -vanno al macero comunque, specie se li si tiene nel cassetto per timore che la realtà, là fuori, li sciupi o li rubi.

Strano davvero. … è come temere di alzarsi una mattina e di trovare riflessa nello specchio la faccia di qualcun altro. Chi ci ha cambiato? Quando è stato?

Il desiderio, che non si dimentica di se stesso, impedisce i travestimenti e soprattutto i furti d’anima: obbliga a tenersi la propria faccia per sempre, in ogni quando e dove. E restare se stessi/e è un atto di responsabilità.

La solitudine, per chi fa Cultura, è un problema serio.

Le comunità culturali spesso sono caste chiuse, per addetti ai lavori. Si aprono per ricevere consensi e plausi non per bisogno reale di compagni di strada. Nascono a volte come corredo alla personalità di qualcuno/a, o come bisogno gregario di riconoscimento.

La solitudine, dicevo, è una scelta di non appartenenza a un certo modo e mondo. Ma non è una vocazione del cuore. Il cuore culturale ha a che fare sempre con la pluralità e gli incroci e non ha un semaforo che decide chi abbia più diritto di dire la sua. Chi detenga il potere di precedenza.

Ecco, di strade volevo in fondo parlare, ora che il passaggio del Mar Rosso esige un’ulteriore sorveglianza. La strada, per esempio, della sostenibilità materiale e immateriale.

Il no profit è una scelta di principio. Significa creare un’economia del vantaggio (pensare a chi si avvantaggerà) non del profitto. Esprime una vocazione ai molti e non ai pochi senza diventare un fenomeno di massa o un abbassamento populistico. Non usa la divulgazione come formula di semplificazione ma la circolazione libera come sistema strategico di destabilizzazione. Perché se tutti/e sanno è più difficile imbrogliarli.

Il condizionamento e la schiavitù di cui sento l’odore, in questo passaggio del Mar Rosso, si chiama “fare le cose gratis“.

Perché se il “gratuito” non è percepito come una scelta e come un valore di scambio, allora, perde senso; peggio: diventa una trappola. E’ inutile e dannoso. La trappola è quella di una cattiva politica che ha generato un luogo comune: la Cultura è sinonimo di lusso, di occupazione del tempo libero, il riempimento di un vuoto e non una fonte di vita.

Peggio: il retropensiero costruito è che le cose fatte gratis valgano poco. La stessa prestazione, da una parte, è un’offerta quasi obbligata nella sua gratuità, altrove, ha un prezzo da pagare come se il denaro fosse il segno del suo valore.

Da una parte c’è una generazione continua di povertà obbligata in cui versa il mondo di chi fa Cultura (basti pensare all’editoria dove la maggior parte di chi ci lavora non percepisce il giusto compenso o sotto varie formule lavora gratis) e dall’altra intorno alla parola “gratis” gravitano significati negativi che si sfibrano nella sfumatura dell’ “immeritato” e del “senza giusto motivo”.

Ohibò. Come si fa allora a sostenere il valore di un’economia del dono?

C’è solo un modo per scoprire se sia un inganno qualunquista o una visione rivoluzionaria: interrogare sul suo valore chi beneficia di questo fare al di fuori del profitto. Di chi dunque se ne avvantaggia. Quanto? Come? Non perché abbia meriti particolari ma più semplicemente perché ha il diritto di avere strumenti per crescere. E qualcuno, chi esercita il gratuito, glieli fornisce.

Io conosco tutti i costi del gratuito: le competenze messe a disposizione, le attrezzature condivise, i luoghi offerti in comodato, le professionalità, insomma: il lavoro, e quindi ne riconosco i doni.

Ma chi viene agli eventi culturali gratuiti, per esempio, sa che tutto ha un costo che non arriva al beneficiario con un prezzo da pagare ma che diventa un vantaggio di cui poter usufruire liberamente? Sa che questo “gratuito” è una scelta di campo e non l’unica occasione concessa per restare liberi/e? E per far circolare pensieri plurali senza semafori telecomandati?

Ha mai domandato a chi fa questa scelta le “sue” ragioni? O la Cultura, siccome è inutile, non ha costi? E se fosse utile, invece, e avesse costi ma restasse libera si chiamerebbe ancora Cultura?

C’è sempre nella vita di ognuno/a un passaggio del Mar Rosso: il momento, magico, in cui ci si libera da un condizionamento, da una schiavitù, da un pregiudizio che magari solo “ieri” non si percepivano tali.
Forse “gratuito” conserva dentro il senso di un “grazie” reciproco che aspetta il momento giusto per essere detto.

 

NarrAzioni: non esiste mai un solo modo per raccontare una storia
Piattaforma di crowfunding per un Progetto culturale gratuito (In dettaglio)

 

NarrAzioni- A cura di Donne di carta

NarrAzioni- A cura di Donne di carta

 

 

Colmi di gratitudine

Torno a parlare della Collana Kogoi degli «ex libris».

Perché i lettori e le lettrici hanno accolto la sfida e la stanno arricchendo.
Nel 2014 sono usciti i “nostri” ex libris su Lessico famigliare e su Madame Bovary per lanciare il guanto e alla fine dell’anno ci hanno risposto Simona Zacchini con La Storia di Elsa Morante (che in un post stralunato su FB ho trasformato freudianamente in Dacia Maraini) e Marco Pisciottani con Moby Dick di Melville.

E ora a dicembre 2015 usciranno Artemisia di Anna Banti a cura di Maria Rosaria Ambrogio e di Jerome K. Jerome Tre uomini in barca (per non parlar del cane) di Vanda Finocchi.
Avrete modo, presto, di assistere a un incantesimo: la scrittura che racconta il libro si mimetizza e ne simula lo stile. Chapeau, mie care lettrici.

In lavorazione per il 2016: La coscienza di Zeno, Frankestein di Mary Shelley e nientepopodimeno che It di Stephen King.
Stiamo aspettando, per parità di promozione, una proposta su un Classico femminile. Fatevi avanti.

Ci speravo. Lo ammetto.

Speravo che nonostante le nostre debolissime forze la Collana ottenesse visibilità e consenso. Perché è utile. È necessario costruire un discorso fatto da chi legge. Non solo per rendere giustizia a tanti libri – i Classici appunto – che nella finzione collettiva di essere famosi rischiano di essere dimenticati nel rito della rilettura o addirittura mai letti da chi pensa, sapendone le trame, di conoscerli davvero. Ma, soprattutto, perchè la promozione vera parte da chi legge.

La lettura è un bene contagioso solo se resta disinteressata, libera, e solo un lettore è degno di creare fiducia in un altro possibile lettore.
Un suggeritore di libri può essere o uno scrittore amato o un operatore culturale stimato ma non è la stessa cosa. Il lettore che ci suggerisce una lettura è uno come noi, alla nostra stessa altezza, non crea soggezione, non ci fa sentire stupidi o ignoranti, e il suo invito a leggere è solo una dichiarazione d’amore coraggiosamente esibita. Un’intimità rivelata. Condivisa.

Attraverso un libro quel lettore conferma a tutti noi che i libri, davvero, accompagnano la vita.

La Storia di Elsa Morante è un libro serio, impegnativo. Mai difficile nella lettura. Appassionante e noioso insieme. Chi lo ama non ammette i difetti. Chi lo stima (come me) lo rilegge tra mille pause. Quando Simona ha cominciato a scriverne è partita da un suo fatto privato: il bombardamento di San Lorenzo. Il nonno poteva essere lì. Suo nonno poteva essere una delle vittime e lei, quindi, non essere mai nata.
Sono rimasta senza parole. Questa ragione non ammette repliche. L’amore per quel libro è un debito nei confronti di chi, senza saperlo ma immaginandolo, ha raccontato vicende che sono vere, private. La letteratura conosce la vita, si pone come vocazione all’universale. Ma la letteratura che conosce la tua vita è una magia.

La foto di quel nonno tra le macerie dall’album di Simona diventa ora parte dell’album di tutti i romani, è una figura narrativa che appartiene a chiunque riprenderà in mano La Storia di Elsa Morante.

Dentro quelle pagine c’è Simona, una lettrice, e suo nonno, sopravvissuto.
È vocazione della letteratura scrivere per i lettori che verranno. Scrivere senza sapere (mai) a chi.
I doni chiamano doni. E Simona scrive a S…, (non rivelerò chi è) così per incoscienza. E quello risponde inviandole un suo scritto, inedito, in francese, in cui traccia un profilo quasi evanescente di Elsa, un profilo privato, e le dà il permesso di inserirlo nell’ex libris. Così per naturalezza tra lettori.

 

LA STORIAA

 

Moby Dick di Melville è un peso sullo stomaco. Bisogna avere il fegato di un lupo di mare per rileggerlo tutto. Non siamo più abituati alle grandi dimensioni e non siamo così preparati a quella mole di informazioni dettagliate sulla vita marinaresca. Aspettiamo per tutto il tempo il grande scontro tra il Capitano e la Balena bianca. Viziati dal film.

Marco parte da una ferita. La sua. Confessa che quel libro l’ha dilaniato. L’ha letto e riletto cercando di placare il dolore, senza nome, che quel modo di raccontare creava in lui: come una zona d’ombra dove si nasconde l’inquietudine di esistere, il male di vivere, la risposta che la vita a interrogarla non dà mai ma ne suscita feroce il desiderio.

E nella confessione lancinante di questa verità singolare diventa una necessità seguire la storia, cercarne i sensi più alti, vedere con gli occhi di Marco almeno il profilo dell’ascia che si è abbattuta su di lui spezzando le certezze. E se come lui stesso racconta nella fantasia di Melville Achab è un’aggiunta successiva fa ancora più rumore la forza del legame che incatena lo stralunato Capitano a Marco, lì su quella tolda, entrambi a interrogare il Mare.

 

MOBY S-8

 

Simona è una lettrice semplice, che ama i personaggi, e li descrive. Uno per uno. Voleva anche raccontare la vita della sua autrice – e gliel’ho negata – e allora accumula in un appello domestico ogni personaggio che ha trasformato, per lei e per noi, in una famiglia del vicinato. Ma sa tutto sui luoghi di Roma che ancora ricordano e testimoniano il passaggio delle pagine di Elsa.

Marco è un lettore abituato a scrivere e a riflettere tramite la scrittura. Oscilla tra il saggio critico e la pensosità dell’uomo messo in crisi da un libro. Si sente lo sforzo di lima, il controllo continuo sul linguaggio. Si espone come animale culturale e ci trascina su registri alti per poi rimettersi alla nostra altezza, semplicemente, con una confessione più privata.

Li abbiamo portati in giro ovunque, Simona e Marco. Lettori improvvisamente messi sulle sedie davanti a un pubblico. Fiuuu
Incontri semplici: in libreria, in biblioteca, nei giardini, nelle fiere all’aperto. In quei luoghi dove la lettura sembra davvero capace di creare e coltivare relazioni, di essere vicino alla gente e non quel misterioso complesso editoriale che le statistiche denunciano in declino.

Simona parla sempre fuori del microfono; bisogna rimetterglielo continuamente sulla linea della voce. Guarda tutti sperando che nessuno le domandi qualcosa. Ma in una video-intervista nella Rubrica “La voce degli scrittori” si è dimenticata di se stessa e ha reso protagonista il suo amore.

 

LaStoria

Simona Zacchini (a Viterbo)

 

Marco quando legge un brano dal suo librino va sempre troppo in fretta, in apnea, quasi temendo di ascoltare le sue parole. Ma se gli pongono una domanda ti accorgi che è un’enciclopedia vivente su Melville.

 

Marco Pisciottani

Marco Pisciottani – (a Viterbo)

 

La Storia di Simona partecipa a una gara indetta dalle Biblioteche di Roma (Biblioring). Pagherei le giurie dei lettori, lo ammetto, per farla arrivare in finale quel 5 dicembre alla Fiera “Più libri più liberi”. Perché sarebbe un premio, un riconoscimento di valore per tutti i lettori.

Ho capito seguendo le scritture di Simona e Marco cosa siano davvero gli «ex libris»: un atto di gratitudine.
E fare l’editor per questa Collana è uno sballo.

 

I Lettori/Autori

Simona Zacchini
Laureata in lingue all’università “La Sapienza” di Roma, lavora nella pubblica amministrazione, ha due grandi passioni che cerca di diffondere intorno a sé: la lettura e la difesa dell’ambiente.

Marco Pisciottani
(1974) Si occupa di comunicazione istituzionale presso una grande azienda italiana. Il suo romanzo d’esordio, Diecimila alberi (Bordeaux Edizioni), si è classificato secondo al Concorso Letterario “Caterina Martinelli” 2013.

 

Interviste sulla Collana e promozioni:

http://www.recensionelibro.it/collana-ex-libris-di-kogoi

http://oubliettemagazine.com/2014/01/14/nasce-ex-libris-lui-e-lei-la-nuova-collana-editoriale-della-casa-editrice-romana-kogoi-edizioni/

http://www.bibliotu.it/news/10626

http://www.estateromana.comune.roma.it/manifestazioni/multidisciplinari/libera_estate_libera_ostia/appuntamenti/presentazione_della_collana_ex_libris

http://heyevent.com/event/bcl2wxjdee4n6a/presentazione-novita-della-collana-ex-libris-edizioni-kogoi

http://www.liberolibro.it/nasce-ex-libris-lui-e-lei-la-nuova-collana-editoriale-della-casa-editrice-romana-kogoi-edizioni/

http://www.mebook.it/events/event/view/14609/a-corviale-la-presentazione-della-collana-ex-libris-di-kogoi-edizioni

 

In vendita sul web:

http://www.kogoiedizioni.it/talismani-exlibris/

http://www.satellitelibri.it/schedaeditore.php?maschera=editori&chiave=00014&pintOperazione=2&tab=

http://www.libreriafernandez.it/libreria/catalogo/collana/Kogoi-sp-Edizioni/Ex-sp-libris

http://www.libreriauniversitaria.it/libri-collana_ex+libris-editore_kogoi+edizioni.htm

e molte altre…

Una vita spezzata

Il mio mestiere non è scrivere. Io leggo le scritture altrui.

Le leggo per riconoscere la bellezza, l’utilità, il senso collettivo di quelle parole, e aiuto chi ne è proprietario a farle emergere, a dar loro forza di esistenza.
Il mondo editoriale italiano, a fatica, negli anni ha accolto questo strano mestiere di chi scrittore non è, e nemmeno solo un lettore, affidandogli sempre più spesso manoscritti e con essi il destino di un autore o autrice. Che è raggiungere i lettori, quelli non addetti al lavoro, quelli che possono leggere per piacere, per amore disinteressato della lettura. I felici insomma.

 

Libri, di Stefania Molajoni

Libri (Stefania Molajoni)

Che non fosse facile accogliere questo mestiere all’interno di un Paese di santi, di navigatori, di poeti e di creativi per eccellenza lo dimostra il fatto che tutt’ora è definito da una parola estera che non trova traduzioni: editor.

Raggiungere i lettori fino a poco tempo fa si poteva fare solo costruendo un libro, se la scrittura era ampia e articolata; o un articolo su carta stampata all’interno di un contenitore chiamato giornale o periodico se la scrittura mirava al consumo più breve. La destinazione estetica di ogni atto di scrittura comunque era ed è il Tempo: l’immortalità del fare letterario o il presente della comprensione immediata. Finzioni e fatti. Immaginazione e realtà.
E mi limito alla fabbrica di storie.
Perché la saggistica, che formula pensieri e teorie, non ama essere chiusa nell’universo dell’affabulazione come se il Senso, la Verità non potessero abitare nel regime stilistico della narrazione. (Non è vero ma questa è un’altra storia).

L’editor ai libri non serve più?
Se è vero sono qui, quindi, per denunciare la mia prossima scomparsa.

Si può scrivere ovunque, oggi, e questo è un bene.
Non servono i libri per poter esprimere la propria visione del mondo o per raccontare storie, nemmeno teorie o giudizi. Il web. La Grande rete raccoglie e accoglie ogni atto di singola creatività che permette a ognuno di noi nel Pianeta di poter dire al mondo “eccomi, ci sono”, lasciando una traccia del proprio passaggio.
Tutti possiamo finalmente celebrare la nostra incantatoria contro la morte, quel senso misterioso e segreto delle ragioni di ogni scrittura e di ogni storia: restare più a lungo. Non essere dimenticati.

Il Web è un enorme cimitero di parole. Un Museo dell’assenza in presenza simulata. Una Televisione planetaria che azzera le distinzioni temporali: tutto è qui. Passato e presente contemporaneamente.
Noi ci saremo per sempre.

Libri, di Stefania Molajoni

Libri (Stefania Molajoni)

Che necessità nuova allora ha il libro, come oggetto concluso, definito, tangibile per essere un di più in questo universo del dire? Circola meno e con minor forza rispetto alla velocità e ampiezza della rete. Eppure quelle parole che si guadagnano un tempo permanente di scrittura dentro un libro sembrano possedere una solidità più resistente rispetto all’immaterialità delle parole veloci del web.
Talmente veloci che, seppure persistono oltre la data di pubblicazione, a cercarle dopo anni sembrano troppo leggere, aleatorie rispetto allo scrigno sicuro del libro. Il libro di carta.
Perché?

Fare un libro non è più un’attività di pochi artigiani. Tutti possono fare un libro, il proprio o l’altrui. L’era del self publishing ha superato le colonne d’Ercole e il mondo del dire si è allargato: aumentano le parole, le scritture, le storie, i supporti.
Un’intera enciclopedia nella mano. Tutti i Classici fuori commercio sul tuo schermo gratuitamente. E fin qui l’innovazione tecnologica ti fa sentire sotto l’albero di natale mentre spacchetti i regali facendo suoni di meraviglia.
Che male c’è?

Tutti possono fare un libro, il proprio o l’altrui: basta scriverlo, impaginarlo, pubblicarlo con il vestito digitale e farlo circolare magari su Amazon che è la più esperta nel traffico degli stupefacenti.
Voilà. Niente più tirature limitate a proprie spese dalla tipografia sotto casa e vendite davanti alla libreria Feltrinelli – se hai coraggio, o a tutti i parenti e gli amici dei parenti nelle feste comandate.
Ma soprattutto niente più accumuli di rifiuti frustranti ammantati di false gentilezze da case editrici a cui hai scritto per mesi e che se ti rispondono ti dicono quasi sempre che non c’è posto nella loro linea editoriale, non è ancora stata inventata la Collana che ti meriti.
La vetrina web pareggia i conti: il tuo Nome di esordiente, con copertina fatta in casa o comprata dal grafico amico, giganteggia accanto all’edizione economica di Guerra e Pace. L’Olimpo è raggiunto. Torniamo tutti felicemente a casa.
Felicemente?
A casa?

Letture d'Estate, di Stefania Molajoni

Letture d’Estate (Stefania Molajoni)

Io credo al self publishing come pratica di indipendenza.
Ci sono un paio di cosette che vorrei pubblicare senza passare attraverso la carta e le case editrici per sentirmi libera di dire ciò che voglio e come voglio. E quello che voglio è costruire il libro che sogno dai tempi dell’università quando eravamo pochi pionieri – non c’era internet – a ragionare sui documenti elettronici, così li chiamavamo: multimedia. E da sempre, da quel lontano 1984, la tecnologia mi affascina come forma di conoscenza non come supporto, quindi sono disposta e disponibile a imparare a fare un libro, come dico io, da me. Anzi, presto lo farò. Perché sono ambiziosa. Indipendente, autonoma. E pazza.

Io ho avuto per 6 anni una casa editrice solo mia. E ho imparato sul campo, con molti errori, le regole di costruzione di un libro: dalla copertina alla gabbia, dall’idea alla correzione di bozze; dal numero di pagine alla scelta della carta; ho imparato cosa significhi linea editoriale, scontrandomi infelicemente con le regole mercantili della distribuzione, che mi hanno sopraffatto. 17 bei libri, per lo più invenduti. O poco. Troppo poco per chiamarsi editori. Ma volevo una casa editrice “mia” perché volevo aprire una finestra sul mondo che facesse entrare nello sguardo ciò che sembrava sempre nascosto o dimenticato o marginale. Un sogno che non ha saputo fare i conti con il mercato. Colpa mia. Della mia inadeguatezza. Il mercato c’è sempre stato, ero io a essere impreparata.
Anche per emulare gesù al tempio bisogna essere allenati.

Faccio l’editor in una piccola casa editrice, che spero sia più “brava” di me.

Il mio mestiere non è scrivere. Io leggo le scritture altrui. Narrativa, saggistica, inchieste.
Scelgo le proposte che arrivano in base a dei parametri di critica del gusto letterario, il mio, che sono sempre in precario equilibrio tra i desiderata di un immaginario lettore, che non vedo e non conosco ma che annuso nascosto nelle pieghe del testo, nelle righe che leggo, e i desideri di una visione del mondo che la casa editrice per cui lavoro esprime. Se quell’immagine fantasma di lettore è forte io difendo quel testo; se quello che dice e il come lo dice sono originali io so che il suo discorso potrà entrare come segmento del discorso più ampio che la casa editrice vuole pronunciare, esistendo, sul mondo.
Perché le case editrici non accumulano oggetti eterogenei, non producono tutto. Scelgono.
Ed è per questo che un po’ mi dispiace legarmi a un unico carro proprio perché ciò che viene prodotto segue una “linea” e invece io desidero sperimentare percorsi diversi.
Penso che, se c’è ancora tempo, mi riproporrò sul mercato. Più testi. Più possibili.

Sono un’artigiana delle parole. Ho imparato quello che so fare leggendo. Mi ci sono voluti anni di apprendistato: sulle parole, sulle grammatiche, sugli stili, sulle regole narrative per riuscire a prendere la distanza necessaria tra un testo e la mia voglia di impadronirmene e di cambiarlo a modo mio come se mi appartenesse.
Una distanza difficile, non sempre perfetta, anzi. Un allenamento empatico, fatto di ascolto, e una durezza rigorosa, fatta di analisi.
Avvicinarsi e allontanarsi. Accogliere e respingere. Un teatro tra me, il testo e l’autore. Un triangolo erotico fatti di odi, incomprensioni e di grazia improvvisa.
Non so se sono un mediatore culturale ma sicuramente mi sono sentita spesso una levatrice.

A testa in giù, di Antonella Fortunati

A testa in giù (Antonella Fortunati)

Qual è la reale differenza tra le istanze individualistiche, potenti e legittime, che ci portano a voler esistere come un Io separato, distinto, indipendente e autonomo, padrone assoluto del proprio oggetto-scrittura-libro (il self publishing e l’indie come filosofia ma anche la voglia diffusa di mettere su tante piccole case editrici) e il bisogno, invece, di appartenere a un ordine del discorso più ampio, già costituito e di porsi come un tassello di un mosaico che porta il Nome, e la storia, di una casa editrice?
Io sono io o io appartengo a.
Un corpo a corpo con se stessi o un essere parte di un corpo più grande.

Messa così mi sembrano solo due strade affascinanti perché creare è un processo affascinante. E non dovrebbe avere limiti se non per superarli.
Se invece di una o disgiuntiva vedessimo due rette parallele con pari legittimità di esistenza e pari valore forse i discorsi si farebbero più interessanti se non fosse che entrambe peccano in qualcosa.
L’universo che accoglie gli oggetti editoriali sta collassando.
Si produce in abbondanza. Troppo.

Immagina una cupola di vetro trasparente e tanti atomi al suo interno che si muovono in tutte le direzioni come falene impazzite: si urtano, rimbalzano, premono contro le pareti. Finché la cupola non è più trasparente perché piena. Opaca.
Abbiamo creato un eccesso che ci inghiotte. Qualcuno direbbe entropia massima: la morte fredda dell’universo.
Abbiamo invaso lo spazio di carcasse: cose mandate in orbita un po’ alla rinfusa per dire quasi tutti insieme affannosamente: “eccoci, ci siamo…” dimenticandoci che all’inizio la domanda autentica del desiderio era: “c’è qualcuno là fuori o siamo soli?”
Una domanda che abbiamo dimenticato. E che ha generato questa sovrabbondanza di oggetti. Saturando quel vuoto.
E ora ogni volta che mandiamo un segnale quello urta contro un altro oggetto alla deriva e ci rimanda… noi stessi. Sempre e solo noi stessi.
Abbiamo dimenticato la necessità che faceva di quella solitudine la ricerca di una risposta anche imprevista e non il bisogno ostinato di un consenso.

E non è solo un problema letterario, o editoriale.

Spesso si critica l’iperproduzione come sinonimo di bassa qualità. Troppo significa “scadente, brutto”. Uno slittamento dalla quantità materiale al giudizio estetico che potrebbe anche essere verosimile ma non vero a priori. A meno che la ricetta-formula che replica in modo infinito un modello, producendo tanti oggetti troppo uguali, non uccida l’originalità dell’atto iniziale, svuotandolo di senso. Accade, certo che accade.
Eppure ci sono produzioni seriali suggestive, fatte bene, capaci di assolvere il loro compito comunicativo: riconfermare la validità della formula assicurando la ripetizione infinita del piacere. Che sarà sempre identico a se stesso. Il piacere di quella cosa là. Quel piacere che si prova proprio perché lo si riconosce.
Non c’è niente di male.

Vorrei sparire, di Antonella Fortunati

Vorrei sparire (Antonella Fortunati)

L’Arte creativa come rassicurazione di un Ordine del mondo prestabilito è sempre esistita. Alta o bassa letteratura che sia – questo è un giudizio estetico-sociale che esprimono i giudici non i lettori. Soddisfa il bisogno di non cambiamento. Rinforza l’adesione a una norma, non solo letteraria, anzi: decisamente sociale. Si basa sul bisogno di appartenenza e quindi sulla ricerca e conferma del consenso, dell’accettazione, dell’essere come… tutti. La mia identità è salva. Mi riconosco(no).

Ci sono oggetti seriali belli e brutti. E fin qui tutto è nell’ordine delle cose umane: l’opera che eccelle nasce sempre dalle botteghe, si porta dietro le cose copiate e quelle inventate; chi emerge si porta dentro tutto il lavorìo di quelli che non emergeranno ma creano il brusìo necessario perché la voce che apparirà isolata sia più forte.
Per questo scrivere è sempre un atto di responsabilità. E un omicidio.

Poi c’è l’opera che rompe lo schema, quella, appunto, che detterà il modello che altri seguiranno (forse) o che resterà a suo modo ineguagliabile.
E non c’è scritto da nessuna parte che debba nascere dentro una Collana editoriale o da un atomo sperso nell’universo. Tutto è possibile. Se il possibile è uno spazio aperto.
Ma sotto la cupola l’universo implode. Non è più il regime del possibile.
C’è un eccesso. Di prodotti che normano il mondo. Pochi quelli che lo contraddicono, lo interrogano, lo svelano.
E forse è questa mancanza, dolorosa, avvertita ma non ragionata, mai discussa, che rende tutto sotto quella cupola un disordine senza senso. Senza uscita. E genera conflitti. Opposizioni. Concentrando l’energia come in un buco nero.
Ma la cupola l’abbiamo creata noi, non c’era.

Ora io appartengo per età anagrafica all’epoca delle rivolte contro l’Autorità e gli Ipse Dixit vari e quindi ben comprendo che la fantasia al potere e il libero accesso al sapere siano esigenze legittime ma non ho mai sostenuto l’idea che la libertà sia un attacco indiscriminato contro le competenze. Crearmi una competenza è stato forse il lavoro umano più faticoso che ho dovuto fare proprio perché non ho scelto il lavoro dipendente: la maschera sociale predefinita da indossare per essere vista. Perché la dipendenza lavorativa oltre ad assicurare lo stipendio fornisce un’identità sociale.
Io ho sempre fatto lavori che nessuno capisce quando spiego. Se dicessi che amo costruire reti semantiche so benissimo l’espressione delle facce che mi troverei davanti e vi assicuro non aiuta a sentirsi solidi, soprattutto perché non ho più vent’anni.
E oggi faccio un mestiere che ha un nome inglese perché la cultura creativa italiana lo digerisce male. Non sa come tradurlo. Non lo addomestica.
Probabilmente la mia è una malattia incurabile: una vocazione alla disubbidienza.

Ma quello che trovo non spiegabile, alla fine, è questa euforia collettiva di praticare la libertà di produrre testi in un mondo in cui aumenta l’analfabetismo di ritorno – si legge senza comprendere, si comprende la superficie senza nemmeno scorgere gli impliciti; si naviga sul detto e non si percepiscono i sussurri e i silenzi sotto il testo – e i lettori di libri, intanto, decrescono.
Per chi si scrive allora? Soltanto per replicare questo bisogno spasmodico di dire ci sono? Per non essere meno degli altri? Perché il pensiero unico omologante ci dice che possiamo essere tutti famosi come se davvero ci avessero scaraventato su un’isola deserta e una macchina da presa ci riprendesse nella nostra falsa lotta di sopravvivenza?
Che spreco di energie.

Linea spezzata, di Antonella Fortunati

Linea spezzata (Antonella Fortunati)

Tutti possiamo esprimerci e anche scrivere, certo. Si impara. Così come si impara a leggere. Perché non tutti siamo buoni lettori. I laboratori che ho tenuto sulla lettura sono stati più avvincenti e produttivi, anche per me, di quelli sulla scrittura. Perché imparare ad accostarsi ai testi in modo stratigrafico rende giustizia a chi li ha scritti e ci restituisce una competenza che non ci permetterà più di essere disponibili ad accettare false monete.

Tutti possiamo esprimerci e anche scrivere, certo. Si impara. Ma questa possibilità implica anche la differenza della posizione che si assume: c’è chi scrive per sé, chi scrive per il consenso, chi scrive per far parte di una cerchia, chi scrive per i lettori dell’avvenire dicendo grazie agli scrittori del passato. Forse solo questi ultimi sanno, senza mai spiegarlo, cosa sia la letteratura. E i loro libri sono quelli che rompono uno schema, naturalmente. Non emergono subito, a volte. O esplodono in faccia d’improvviso. Ci sono congiunture che lo permettono.

E forse è qui il problema: la cupola in cui annaspiamo lo consente o preferisce mantenere lo status quo?
Il testo che potrebbe scheggiare la cupola ha davvero la forza in se stesso di rendersene conto?
Non esiste mai un primo lettore di quel testo? Un lettore che lo ascolti, lo commenti, e dica: questo mi piace e questo no… un lettore “altro” dalla lettura a voce alta, solipsistica, dell’autore stesso?

Si può partorire in qualunque luogo e da sole, non c’è dubbio. Ma nessuno si sognerebbe di cacciare via dalla stanza una levatrice, se per caso ci fosse. A meno che non si tratti di una sfida.
Ora siamo diventati un popolo di sfidanti oltre che di eroi poeti e navigatori?

A mio avviso il problema della qualità e della quantità ha bisogno di una Teoria della letteratura che risorga dalle ceneri, di una Critica del gusto che reimpari a parlare dei testi, del processo stesso della lettura e della scrittura. Non di recensioni o di recensori tanto meno di like. Non di premi. E nemmeno di opinionisti. Non di corsi di creative writing o di manuali. Parlo di competenza intellettuale. Di filosofia della creatività.

C’è bisogno di educare alla qualità e all’empatia sia chi scrive sia chi legge, innescando desideri di lettura in chi o li ha persi o non li ha mai avuti.
Perché se non cambiano i lettori anche i testi resteranno sempre uguali.
E sono molti coloro che scrivono vantandosi di leggere poco o niente.
Ma anche per essere naif ci vuole talento. Ci vuole la capacità medianica, almeno, di saper ascoltare il brusìo di tutti coloro che hanno scritto prima e intorno.

Tutti i canali espressivi hanno valore: il libro di carta non può essere l’unica meta esistente. Non nella nostra epoca, non domani.
I blog, i siti, i post sono loci nobili in cui depositare le proprie storie e il desiderio di essere ascoltati, ripresi, citati e riletti. I libri digitali dovrebbero essere attraversati da tensioni diverse da quella di porsi come il doppio del libro di carta, il suo semplice e nudo duplicato. A volte è utile se voglio testi da consultare facilmente, ma allora è tecnologia: grazie. Abbiamo oltrepassato l’epoca delle cattedrali di pietra.

C’è bisogno, oggi, di una volontà di rivoluzione nel pensiero e nelle forme espressive.
Mi ha colpito un testo scritto su un’opera d’arte figurativa che tracciava il segno del suo valore partendo dalla constatazione, semplice, che nessuno si sarebbe potuto mettere davanti a quel quadro dicendo “e che ci vuole? saprei farlo anch’io”. Ho capito che questo pensiero è diventato, invece, comune e diffuso in chi si accosta al fare letterario perché lo considera, appunto, fare un libro. E forse ha ragione se i testi che circolano non portano i segni di una differenza. Ma testi che valgono, che sono utili a costruire un discorso letterario esistono, e non appartengono solo ai grandi circuiti o alla carta.

Forse, la nuova letteratura sarà su libri di carta o invenzioni multimediali perché la creatività non ha limiti. Semmai soglie da attraversare. Ha a che fare con l’immaginazione e rimette in discussione sempre l’Immaginario.
E se è destino che le case editrici, come contenitori, e tutti i suoi aggregati, debbano morire, moriremo. Pazienza. Ho una vita vissuta fatta di ex.
Ma morirò con un buco nel cuore.
Perché mi manca una Grammatica della Fantasia che mi faccia immaginare, come nell’ultima scena del film di Spielberg, che lo stupore non sia l’astronave che finalmente atterra ma quei rumori che a poco a poco si rivelano suoni di un altro alfabeto… che io sarei disposta a imparare per comunicare ancora con l’universo.

Vorrei sparire2 (Antonella Fortunati)

Vorrei sparire2 (Antonella Fortunati)

Ex libris ossia dai, sui, con i libri

Quando ho proposto alla Kogoi edizioni la Collana “Ex libris” pensavo esclusivamente alla necessità, personalissima, di comprendere per quali ragioni alcuni libri resistano al tempo, anzi: per quali ragioni lettori e lettrici di epoche o di generazioni diverse continuino a leggere e ad amare i medesimi libri.
So, come persona libro praticante, che nessun libro è mai lo stesso: cambia secondo i lettori. Lo so dalla timbrica delle voci che dicono le medesime righe di un libro: diventano libri diversi.
Eppure questa esperienza diretta non mi restituisce il senso più ampio della durata.

Certo, a volte, sono libri che passano di generazione in generazione per colpa delle madri – i padri in questo reato hanno rara colpa perché poco si preoccupano dell’educazione dei figli, poco ancora si alzano di notte a cantilenare nenie sfidando l’occhio sgranato del “prodotto” piangente e tenacemente ostinato a vincere. Ma padri che sanno fiabe a memoria esistono per fortuna. Ma se le fiabe, anche se le generazioni cambiano, restano sempre le stesse, non può essere solo colpa della Walt Disney.

A cercare le ragioni sociologiche bisognerebbe ricostruire una storia della lettura, epoca dopo epoca, e in questo nostro Tempo così stratificato e veloce, non basterebbe la suddivisione in generazioni perché tutto corre. Gli imperativi mediatici o le benedizioni della corte letteraria hanno il loro peso eppure, a naso, io sento anche odore di libertà. La libertà propria dei lettori.
Cercarne, allora, le tracce: capire la distanza tra una fama decretata dall’alto e una vittoria reale conquistata dal basso, o sbugiardata o manomessa o straordinariamente condivisa.

Quando ho proposto questa Collana non avevo nemmeno immaginato una distinzione di opere famose, imperiture, scritte da uomini e da donne: è venuta da sé coinvolgendo nell’azzardo Dario Pontuale, un giovane scrittore ma soprattutto un accurato critico letterario.
Lui e Lei: due binari. Per scoprire che anche la fama e la durata sono misogini, che le lacune nella storia letteraria sul versante femminile non sono imputabili alla rarità delle opere ma alla natura sommersa, soffocata della scrittura delle donne e al lungo apprendistato, sconnesso e lacunoso, della loro alfabetizzazione. Quindi, oltre alla fama, anche un’opera di scavo: durata come archeologia.

Libricini, questo è l’intento: una scrittura semplice e di breve durata che racconti non la trama – la sanno tutti! – non l’autore/autrice semmai l’atto di creazione, il dietro le quinte, la fortuna o sfortuna nel tempo, le vicende editoriali, i premi letterari, le invidie e le imitazioni, i tradimenti ma anche,dove fosse possibile, la storia dei lettori. Come i lettori fanno durare un libro.

L’azzardo si concretizza ora nei primi due titoli con la pretesa del pamphlet: non un saggio né una critica ma commenti, non un’analisi ma pareri, non parole su… ma parole tratte da… con il piglio del dialogo.
Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, dalla parte di Lei e Madame Bovary di Gustave Flaubert, dalla parte di Lui.

Collana Ex libris- Lui

Collana Ex libris- Lui

Collana Ex libris - Lei

Collana Ex libris – Lei

Nessuno ci ha imposto le scelte: sono libri famosi. Bovary è un Classico – dicono i critici letterari e Dario conferma. Lessico è soprattutto il Premio Strega del 1963 e le mille traduzioni e per molti anche l’unica opera, letta o non letta, che fa ricordare il nome di Ginzburg.

E sono due approcci completamente differenti: Bovary è la ricostruzione di un processo al personaggio, immorale e depravato, che coinvolse nell’imputazione anche l’autore, e, affianco, la storia di una scrittura durata cinque lunghi anni in un’attività febbrile che sembra davvero consapevole della fama futura o comunque alla sua disperata ricerca. Dario Pontuale è un critico letterario e quindi ha scavato nei testi a lui congeniali cercando nelle lettere di Flaubert alla donna amata, Louise, anche il senso di un’evocazione e personificazione letteraria. Ha scavato e montato commenti e giudizi dell’epoca ricostruendo tutta l’atmosfera dello studio di Flaubert e del mondo intellettuale e borghese di allora.

Lessico è tutto ciò che ruota intorno a un libro, non dentro: è ciò che un libro a volte provoca: l’incontro tra persone. Lo abbiamo composto in tre, tre donne di diversa età da tre punti di vista diversi, inseguendo il libro e ritrovandoci nella città che quel libro racconta attraverso una famiglia i cui attori sono personaggi che appartengono alla storia letteraria e politica dell’Italia. L’Italia antifascista, l’Italia torinese de La Stampa e di Einaudi.
Tre donne per un libro: anzi, tre donne che si incontrano in un libro: Rosalba Durante, Cecilia Martino e la sottoscritta. Motivazioni differenti che si ricompongono in un senso finale, in quel miracolo (catarsi?) che a volte un libro concede ai lettori che lo cercano: qualunque sia la distanza iniziale, foss’anche un rifiuto, c’è sempre la possibilità di un recupero. Di tornare indietro. Di rileggere e di rileggersi.
Per questo i libri salvano la vita.
Sono lì a ricordarci che non scorre né retta né dritta, e che tornare sui propri passi è un’occasione di libertà.

Il cuore della Collana intera: molti libri famosi non hanno mai avuto lettori veri, quelli che aprono i libri, provano a leggerli anche se magari poi li sospendono sfiniti o li leggono fino all’ultima riga solo per impossibilità etica all’abbandono; molti libri famosi sono imposti nelle scuole e aiutano infatti a non scoprire – se non molto tempo dopo e per strade traverse – il piacere della lettura; molti libri famosi fingiamo tutti di averli letti e non lo confessiamo perché siamo bugiardi.

Esistono anche casi in cui il personaggio o il titolo sono decisamente più sempreverdi dell’autore: chi ha scritto Robinson Crusoe? ma anche quanti di noi sanno quali altre opere abbia scritto Collodi oltre Pinocchio?
Come riporta il sito di Kogoi: una volta in una classe, un bambino delle elementari difese strenuamente contro tutti la sua convinzione profonda che a scrivere Pinocchio fosse stato Geppetto…

Librini così non hanno la pretesa del best seller quanto la presunzione, ben più alta, di essere un invito alla lettura dei libri di cui serbano memoria.
Sono le scatole da aprire per sentire il profumo delle pagine scritte altrove.
Sono il senso più bello – e dimenticato – del valore di una citazione che si traduce in un gesto diretto: vieni qui, ora…

Perché se le persone cambiano atteggiamento nei confronti dei libri forse in quell’occasione di rilettura, a distanza di tempo, o in quel leggerli semplicemente per la prima volta c’è tutta la speranza che leggere torni a far parte della nostra vita se non per cambiarla, almeno, accompagnandone più consapevolmente passi e stagioni.

Sito di Kogoi sulla Collana: http://www.kogoiedizioni.com/?page_id=532

Invito a leggere il parere dell’altra indagatrice di Lessicohttp://ilmestieredeldare.blogspot.it/2013/11/libri-natalia-ginzburg-lessico.html

Alla Fiera più libri più liberi, Roma 5-8 dicembre 2013