The Second Life

Io ho da fare, ora.

Devo chiudere “casa”: impacchettare i libri, comunicare il decesso, ragionare con gli autori/autrici, far fare perizie, contattare le catene Remainders e tutti i soggetti che governano le seconde vite dei libri. Già. Il lutto è un rito che trattiene il morto tra i vivi, ancora un poco.

Anche i morti danno da fare.

Il ciclo di vita di un libro è scandito in 4 tempi: la nascita (con tutta la fase preparatoria, la più emozionante), la crescita-sviluppo (quella che direi la più difficile), la morte (la resa che fa rinunciare all’accanimento), la trasformazione.

Basta non farsi prendere dall’ansia, basta non avere paura ad abitare il lutto.

Basta pensare, e immaginare. The Second Life: la via della morte conduce alla risurrezione.

Un fare sciolto dal destino di diventare un “fatto”, paradossalmente, abita l’assoluto. Nel senso che tutto è possibile. Cose leggere. Senza peso.

Molte cose aeree – come le nuvole, le parole dette o le farfalle – sembrano imperfette: le nuvole cambiano forma continuamente; le parole dette sono difficili da afferrare; e le farfalle? le farfalle ci hanno messo una vita da bruco per durare poi, in quella bellezza, un niente.

Aereo non significa inutile: sarebbe come dire che il vuoto non è una forma. Ogni leggerezza è un’arte difficile perché richiede un’educazione al non attaccamento e, poi, la disponibilità stessa a vivere sulla “soglia” dove non si sa mai se chi entra poi resti.

Si può fare Editoria in tanti modi.

Penso al “Paradosso di Ipazia” – come lo racconta Luca Ferrieri in “La lettura spiegata a chi non legge“: grande lettrice Ipazia, di quelle che leggono tutto e vanno in giro a dire questo tutto a tutti; Ipazia la filosofa o la scienziata morta per mano di un Lettore (carica ecclesiastica) probabilmente solo per invidia del mandante che Lettore non era ma che divenne Dottore della Chiesa o qualcosa di simile.

La Storia ci ricorda che spesso chi ha paura dei libri ha paura anche delle persone. E a pensarci bene è più pericoloso chi legge perché chi scrive lo puoi interdire, bloccare, farlo smettere ma un lettore che ha nella sua memoria tutto quello che ha letto: non un solo libro, non un solo autore ma una miriade di parole e di storie, di mari e di praterie, di violenze e dolcezze come lo fermi davvero?

Ma se poi ci sono Lettori – quelli con L maiuscola: i colti, gli intellettuali, i guardiani del Sapere – che uccidono i libri, li silenziano, li sbranano… i non lettori, che hanno tutto il diritto e la libertà di restare tali, sono davvero innocenti o solo ignavi?

E i libri alla fine per chi esistono se resistono? Ma quando io pubblicavo a chi avevo pensato dovesse arrivare il libro?

Non posso rinunciare al ruolo di contestazione che mi ero scelta; il posto da occupare, il punto di vista: il Pensiero delle donne sul Mondo, l’esordiente con talento; lo strumento per comprendere meglio la lettura, la poesia… come musica della mente.

Possono cambiare i modi, non il senso.

A vederla ora l’editoria mi sembra lastricata di violenza. Il valore di un libro dovrebbe crescere nel tempo e avere tutto il tempo del mondo per essere valutato; la scrittura è un investimento: il qui che si lancia in avanti verso quello che sarà, perché c’è un tempo per ogni libro in cui non sarà più sostenuto e forse ingabbiato né da autori né da editori e resterà da solo nelle mani di un lettore, magari tra un mese o in un altro millennio. E se quel libro incontrerà il suo lettore, chissà quante cose avranno da dirsi.

I libri, le cose scritte, solide e pesanti, se hanno sostituito la leggerezza aerea delle parole dette è perché sognavano di restare più a lungo. E allora che senso ha un’editoria che miete vittime continuamente: che mette al mondo libri immediatamente sostituibili con altri senza che nessuno abbia mai il tempo di maturare, di farsi incontrare, di essere il sogno di qualcuno.

Eppure questa editoria iperproduttiva e cannibalesca sa benissimo che i libri hanno, tutti, una seconda vita, anzi molte forme in quella. Perché anche se li elimini, li ostracizzi dal catalogo, non li pubblichi più e li sostituisci a ritmo vertiginoso, i libri ingaggiano un corpo a corpo con la morte, e vincono. Sono loro gli unici morti che ritornano. Gli unici che hanno aperto il varco. E i lettori veri (qualcuno anche tra quelli con la L) lo sanno. Per questo non smettono mai di cercarli.

Perché essere un libro è una responsabilità– di quelle che servono, che creano un legame di necessità tra le persone e il mondo – un libro è fatto anche di tutti i libri mai scritti, dei discorsi assassinati e mai scoperti, delle verità plurali sostituite dalla finzione monoteista.

E allora si deve e si può fare editoria in altri modi.

Fare della seconda vita di un libro un Grande Evento di resurrezione non una svendita, non una perdita, non un disvalore. È una casa editrice che chiude, il libro invece continua…

Esiste una seconda vita, fatta di strade intermedie: quella del metà prezzo, delle catene di Remainders (compravo lì tutti i miei libri da bambina) o delle bancarelle per strada o nelle Fiere (dove continuo a trovare incredibili tesori). Sono questi i luoghi in cui il libro esprime la sua anima democratica e la bellezza convive con la bruttura, il raro con il copioso senza più concorrenza.

Non conta più il prezzo di copertina, fa parte della vita di ieri: il costo del lavoro, l’attesa dell’autore, il guadagno sperato; ora è “senza casa” , un’entità leggera. Dammi un euro e portati via un Hoepli o un’Urania o un Treves. Il valore è dentro, nelle parole.

Esiste una seconda vita: quella del dono assoluto, della gratuità che non crea debiti. Diventare un piccolo fondo in tutte le biblioteche, trasformarsi finalmente in cosa pubblica, in un bene comune.

E poi c’è un’altra vita ancora in cui la trasformazione inganna davvero la morte: il libro perde peso e guadagna l’immaterialità. La chiamano e-book la strada della resurrezione.

Non c’è il macero in fondo alla strada, cari autori e autrici di questa ex casa editrice.

Questa è una vecchia idea imposta dai contratti di edizione – quelli standard delle editorie normali, come sperava di essere la mia – un’impostura inventata da un’economia fondata sullo spreco che finge nello smaltimento di essere quello che non è mai stata: l’ecologia non crea rifiuti ma riusi, è una nuova visione della ri-produzione non del consumo. È dalla parte di un concetto nuovo della ricchezza.

Il macero è una pessima invenzione economica pensata da chi non sa cosa contengano i libri. O lo sa e non gliene importa. O lo sa, e alla fin fine… li teme sul serio. Per questo li tratta come merci soggette a scadenza.

Qui l’inverno è diventata la stagione dominante, e i granai, Marguerite, scarseggiano…

Si può fare Editoria in tanti modi. Anche non pubblicando libri ma lasciando che tutto quello che sta intorno a un libro venga fuori: le indagini, i discorsi mai detti, le storie assassinate…  molto è stato seppellito, e qualche cartello segnaletico potrebbe indicare almeno il luogo.

Perché se i libri sono tanti sono tanti anche i non libri. E nessuno, a priori, sa se i vivi siano davvero di più o meglio dei morti. Strana cosa la bibliodiversità se la prendi sul serio.

(Sempre che non sia stato tutto come per Ipazia, di cui appunto, dicono che non sia rimasto niente ma sarà poi vero? Mi sa che dopo, chiuso tutto, mi metto a fare l’archeologa).

Non tutti i pensieri hanno libri e non tutti i libri, forse, hanno pensieri.

Ma se io semino vento, produrrò tempesta?

5b(Roma)

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