Quando un film e un libro sono un’opera unica

via Castellana Bandiera

via Castellana Bandiera

Scrivo raramente sul Blog e non perché scrivo tanto in tanti altri posti.
Ma perché qui è “casa mia” e i pensieri rallentano: ci sono spazi e silenzi da ascoltare.

Ho visto un film. Dopo aver letto il libro. Chi l’ha scritto ha anche inventato e interpretato il film.
Ho ritrovato al cinema il coro del teatro greco, il suo senso antico: essere la voce della Polis, la traccia di un ricordo sbiadito di Dioniso.

Aveva ragione Maria Barone, una “mia” esordiente, a intitolare Troppa polvere in una città dove piove poco e male il suo romanzo hard boiled su Palermo. Da un genere all’altro: qui, Palermo, è lo scenario di un film western ma anche quella Polis teatralizzata in cui se togli le maschere dal viso degli attori scopri che dietro non c’è un viso.

Come dicono accada alle stelle: le vedi ma non ci sono. La morte in differita perde il dolore.

Il gatto minuscolo che gioca con l’invisibile nel vicolo; la transenna levata perché la tragedia abbia il suo corso: corso come correre… la Polis, il Coro che corre in ciabatte, in vestaglia, in mutande – il bambino abbandonato – verso l’occhio che guarda che è nel medesimo punto di osservazione del vuoto, nel punto esatto in cui la tragedia si compie.
L’occhio della macchina è la Morte che guarda: l’abisso. E tutti corrono verso.

Il libro. Una storia che non accade mai. Pagina dopo pagina; la luce che solo il Sud conosce: bianca, accecante. Si suda leggendo il libro. Ci si impolvera molto. E si chiudono anche gli occhi. Nel libro, la scrittura – lo stile – non impiglia in modo particolare; per paradosso è proprio questa storia immobile, questa non storia, invece, che incatena. La sfida messa in scena è qualcosa che ha a che fare con la Necessità, la bellezza del Fato davanti al quale ogni fatto perde significato.

Nel film si suda di meno ma le maschere-corpi esasperano la scena. E tutto diventa più preciso, più materia. L’obesità, la sciatteria esibita, la malformazione del piede di Lei – che o è segno del diavolo o di dio: quel dio-capro che segna ogni sacrificio ma anche ogni visione dell’Altrove – , la morte-radiografia del volto, il timbro della voce in parole-suono come solo un Oracolo: è il trionfo della materia millenaria con cui l’umanità cerca di raccontare la sua Storia.

Essere un’isola del Mediterraneo segna l’anima. Sono stati i greci a inventare il western? o è stato il western a non poter dimenticare lo spazio greco della sfida? Ora capisco perché mio padre, da piccola, mi portava al Drive in di Ostia a vedere tanti film western: era una lezione di archeomitologia.

Ma che per la prima volta questo spazio di sfida sia abitato da donne sembra passi inosservato alla Critica ma non è un accidente, nossignori, è qui la sostanza delle cose di genere. (Le Donne cantano. Le Donne parlano una lingua straniera. Le Donne sono mute. Ma se sono assorbite nella Polis… manipolano cibo e bambini, e se urlano è perché nella loro Voce abita il lutto. Gli Uomini giocano un’eterna finzione).

La Vecchia-cane, invece, è signora dei cani e dei morti. La Donna sfidata e sfidante ama una donna dalla pelle tatuata che trasforma tutto in di-segni.
Il profilo aquilino del naso materno – nel doppio ritratto – è un debito pesante che una filastrocca, forse, potrà lenire non perché è ricordo d’infanzia ma perché “accade prima” della civilizzazione, accade “prima” del coro greco, “prima” di ogni teatralizzazione. In quel “prima” in cui morti e vivi comunicano.

Di Lei, l’Altra, ogni immagine-specchio antico e moderno: l’Espulsa che vince, la Reietta che resta indomata. Ma “loro” lo capiscono?

La Polis è ovunque perché è alla Polis che sempre si ritorna. E non è un tornare indietro. Non si può. È morire prima di cadere nel vuoto.
Cata e strephein= “girare in basso”: la catastrofe è un cadere.
Che permette la catarsi: che, anticamente, prima che fosse parte di un meccanismo di narrazione era una cerimonia di purificazione.

Quando l’anima è pulita (senza polvere, senza più urina nelle viscere) si torna a casa. Anche se l’appartenenza non è amore – qualcuno lo ha già detto – ma resta l’unica forma con cui possiamo credere all’amore. È una forma “antica”: animale.

C’è sempre un diverso che ci comprende (forse): la vecchia e il ragazzo. Ma anche la Donna e la sua imago di bambina che andava in quella strada – che era “sua” –  a contare, quando era arrabbiata, anche se non c’era nulla da contare

Ed è qui – l’unico punto in cui libro e film fanno un tuono dentro – che mi ricordo di tutte le volte che io, bambina, passavo il tempo a contare ossessivamente qualcosa: i riquadri della carta da parati, le mattonelle in corridoio… contavo, arrabbiata, addolorata, impotente, perché mi mancavano – e non lo sapevo ancora – le parole.

via Castellana Bandiera

via Castellana Bandiera

Catarsi: il punto in cui nella sfida riconosci te stessa. Vedi te stessa.
Guardami: solo così esisto. E non abbassare mai gli occhi (ti prego: se tu resisti, io esisto).
Ma quand’è che guardare diventa finalmente anche pietà?

La vecchia che guarda il ragazzo che dorme, l’amante coricata affianco nella macchina, occhi negli occhi.
Anche la parola identità, nella sua etimologia, ha a che fare con il verbo vedere.
Perché per esistere davvero bisogna vedersi (ed essere visti).

Chi è in grado di pensare che le storie, se sono Vere, mai accadono e che il Senso sia qualcosa di dato da sempre ha davanti il futuro perché restituisce un corpo alla Necessità.

Non ci sono mezzi discorsi o parole buttate all’aria che tengano il mondo. È il silenzio che contiene tutto il possibile, anche le parole che mai nessuno dirà. Ti dirà.
Devi trovarle. O farti trovare. Al posto giusto. Al momento giusto.

Chi di noi è davvero all’altezza di questo ascolto?
L’eticità, allora, è una transenna tolta al momento giusto perché il Fato diventi fatto.
La vita è già finita prima della sua fine. Ma comincia anche dopo il suo inizio.

Lei rimette in ordine il letto e quando finalmente si corica è certa di essere utile per sempre a chi resterà.
Io, invece, mi danno per sentirmi dentro un’oncia di questa utilità. E con me la Polis che mi porto dentro.

E di questa sfida, interiore ed esterna, Emma ha toccato il fondo – e il cuore – : la mia necessità di Donna di nominare il mondo.

Via Castellana Bandiera (film e libro)  di Emma Dante.

Il libro, Rizzoli

Il libro, Rizzoli

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Un commento su “Quando un film e un libro sono un’opera unica

  1. Tanta voglia di tuffarsi nelle pagine e nel film. Catastrofico–>cadere, mi fa pensare al fatto che in una delle lingue che amo fall in love è appunto cadere in amore. Lo mismo in francese. Fall again, fall better

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