Il “nuovo” paese di Cuccagna: Amazon

Fiera più libri più liberi, 6 dicembre 2013

Fiera più libri più liberi
Roma 6 dicembre 2013

Per la Roma ancora laica, ogni dicembre c’è un Natale che si rinnova con la medesima ansia da prestazione, l’euforia dei preparativi e poi luci e leccornie ma, soprattutto, gente, tanta, da invitare.
Si chiama Più libri più liberi il Natale di chi legge.
Quando non ero un’editora, la Fiera significava la fila al botteghino ogni giorno perché ogni giorno mi riservavo una visita a stand diversi, un ascolto mirato a diversi interventi, una comoda stazione presso il Caffè letterario.
Quando sono riuscita a entrare, a fatica, e praticamente l’ultimo anno di attività, come editora, tutta questa felicità si è dissolta nei decibel della sala, nell’estenuante conversazione con tutte le persone di passaggio senza acquisti dietro uno stand vanamente addobato come un presepio di cui mi sentivo più pecora che pastore.

Il 6 dicembre del 2013 ci torno nelle vesti recenti di collaboratrice di un’altra avventura editoriale, firmata da un’amica: la Kogoi edizioni. Sarò una delle relatrici di un libro che ho voluto fortemente che Kogoi portasse in Italia: En Amazonie.
L’ho voluto come lettrice.

Io non sono contro Amazon. Di solito, per principio, non sono mai contro niente e contro nessuno.
Lo divento.
Di Amazon non mi piace – come per tutti i grandi magazzini – la filosofia dell’accumulo dove ogni cosa, indipendentemente da cosa sia, esiste in quanto merce: il libro accanto alle scarpe non mi piace. Nemmeno accanto alla torta di cioccolato, anche se sono golosa di entrambi.
Resto tenacemente ancorata al tempo giusto per ogni cosa e al luogo giusto per abitare quel tempo.

L’utilità dovrebbe essere un concetto non generico, ogni volta declinato nelle sue specificità: le scarpe mi servono per camminare, anche se oggi sono anche un lusso, un essere alla moda, un segnale di appartenenza a …; i libri mi servono per respirare, per imparare, per conoscere. Per ridere o per piangere. Messi lì, accanto alle scarpe, diventano solo uno dei tanti (troppi) beni consumabili. È quest’idea, anzi, questa pratica del consumo che mi amplia negli orecchi anche il rumore dei denti e delle mascelle che divorano la torta, e il silenzio speciale che richiederebbe la lettura ha un brivido di repulsione, e io mi ritraggo: dalle scarpe, dalla torta, dalla serenità perturbata dei libri. Io non compro: esco.

Eppure come non apprezzare la tecnologia della vendita on line, dello schermo “dentro c’è tutto”: facilita la vita – anche il grande magazzino reale facilita la vita, ovviamente, ma dipende di quale vita stiamo parlando. La nostra è correre, mordere, fuggire. Non è mai abitare, stare, godere. Magari tornare.
E quindi là, davanti allo scaffale, o qui, davanti allo schermo, io sono il consumatore libero di esercitare con un semplice click o con un gesto prensile la scelta e l’acquisto, e per astuta strategia di vendita là dove le merci sono tante, varie, diversificate e soprattutto scontate io, consumatore, rischio una scarica megagalattica di endorfine, e mi sento appagato e felice.

Nel nuovo mito del paese di Cuccagna, Amazon è sicuramente il cuore di un modello economico vincente.
Nel reale come nel virtuale, anzi nel virtuale è meglio: non devo uscire. Il bene mi arriva dentro casa, come la televisione, che mi porta la vita degli altri dentro casa; e il mondo, invece di allargarsi, si plasma sui metri quadri del mio salotto. Tutto a portata di mano: basta un click.

Ho fatto l’aiutolibraia per pochissimo tempo –  nella libreria di una mia amica: una di quelle che eredita il mestiere per impronta materna non per invenzione del momento. Seguendo la sua attività, mi sono resa conto di quanto sia difficile vendere i libri: chi entra in una libreria di quartiere, una libreria generalista, di quelle dove le novità sono in numero decisamente inferiore ai Classici e ai libri della piccola e media editoria, per prima cosa chi entra ha necessità di parlare; è come se entrando dicesse: “ho un po’ di tempo, sono appena uscita dall’ufficio, devo andare a prendere i ragazzi in palestra, ho completato la spesa alimentare…insomma… ho un po’ di tempo… per me”.

E le vedi girare queste persone, più donne che uomini, toccando copertine, annusando la carta, cercando con lo sguardo il tuo per l’inizio necessario, desiderato, atteso di una conversazione: “l’ha letto lei? Che ne dice? La mia amica me lo ha suggerito.. E mia figlia… è adatto per una ragazzina di…? io alla sua età non avrei potuto… non c’erano libri così… e poi comunque non me l’avrebbero mai comprato…”

Ho imparato in quel breve periodo che un libro è un oggetto particolare: non contiene parole, le ispira. Non chiude frasi e pensieri o storie di qualcuno tra le pagine, scatena il bisogno di storie di tutti: crea un legame.

Tentavo l’avventura editoriale in proprio mentre fingevo di essere un’aiutolibraia, e non c’è stata una volta che segnalassi alle persone che entravano i libri della mia casa editrice; speravo che parlando di tutto venisse fuori un appiglio concreto, e solo allora… se quel legame d’amorosi sensi diventava palese, allora, con gli occhi bassi, pudicamente: “questo libro glielo consiglio, l’ho fatto io”. E mi sembrava più che un invito quasi una confessione, una confidenza intima tra vecchi amici.

Io amavo quei libri: li avevo visti crescere, uno a uno; e quando si ama qualcuno si spera per lui, sempre, che incontri un altro alla sua altezza.

Gli editori artigiani, quelli piccoli, sono davvero i proprietari dei libri. Superano addirittura l’autore in questa smania di possesso. Sono il primo lettore in assoluto, spesso l’editor che ha curato la versione definitiva, sono l’ombra del tipografo: hanno immaginato quel libro, hanno corretto grammatica e refusi, hanno discusso l’esistenza stessa di un personaggio, hanno scelto la carta e controllato le ciano, hanno litigato per un colore sbagliato, hanno ringraziato il grafico per l’impaginato notturno.

I piccoli artigiani della parola e della carta. Della parola che si fa carta e viaggia. Anche se la durata o l’estensione del viaggio, spesso, si ferma dietro il vicolo.

Ai piccoli artigiani del libro corrispondono gli artigiani della vendita: sono due razze in estinzione. Gli editori sempre in crisi, in rotazione tra morti e appena nati; i librai delle librerie indipendenti come i dinosauri o gli orsi polari.
Non voglio dire che Amazon sia  il meteorite o l’effetto serra che scatena la scomparsa ma se la concorrenza dello sconto, la confusione dell’offerta, la velocità dell’acquisto, la mercificazione della scrittura, l’iperproduzione di novità diventano il modello della comunicazione editoriale… è difficile pensare che resti spazio – e soprattutto tempo – per altri modi e per altri ritmi.

Amazon non è una grande libreria. Amazon è un grande magazzino. Con il valore aggiunto, rispetto al supermercato in piazza, che la merce arriva a casa, che anche il gesto-tempo di “muoversi verso” si annulla nello stare sempre qui, fermi, al sicuro.

E, allora, la sicurezza diventa, in questo mondo che ci minaccia pericolosamente, un imperativo categorico; cosa serve ascoltare i consigli del libraio vecchia maniera? c’è la stampa, la pubblicità, la televisione… quel dire impersonale che, anche se è il megafono dietro cui si nasconde il venditore, finge precisione (mira il target), costruisce esattezza e semplicità di giudizi (l’analfabetismo di ritorno implica l’uso e la comprensione di parole di base), e infine rassicura: “così fan tutti”.
La questione non è essere consigliati ma essere guidati. Questo fa sentire sicuri.

Il libro su Amazon: En Amazonie, non affronta questa ricaduta sociale, la fa intravedere, la suggerisce; per molti versi – lo si comprende tra le righe – è la motivazione autentica dell’autore, la fase pre-indagine, la pietas che si percepisce nella scrittura.

Ciò su cui punta il dito, invece, è l’interno di quel magazzino, il dietro lo schermo. E non usa toni gridati: non c’è scandalo qui a far presa. Basta la cronaca di un periodo di lavoro, fingendo di essere un interinale e svolgendo la vita che “fan tutti”. Basta un diario di bordo.
La vita (im)possibile all’interno di un modello di lavoro che sarà, se lo lasciamo fare, il futuro.

Un futuro basato sulla precarietà come sistema, smistato dalle agenzie interinali, giocato sulla necessità del lavoro (servilismo) non sull’utilità (servizio) e spostato sull’asse ottimista dell’efficienza produttiva di cui, sgangheratamente, ci illuderemo tutti di far parte perché se l’azienda funziona è come se ci dicesse – e lo dice, infatti: grazie! perché se la quantità abnorme di merce che passa ci costringe a lavorare in orari fuori da ogni norma, il risultato: crescere, espandersi, battere tutti… è merito anche della nostra paziente impagabile docilità.
Ed essere docili è il mezzo più certo per essere sicuri di lavorare.

Ieri notte abbiamo superato l’obiettivo!
Se abbiamo potuto realizzare questa prestazione
è grazie a coloro che ieri hanno accettato di
fare delle ore di straordinario dalle 4:50 alle 5:50.
Un grande, grandissimo grazie a tutti loro. Facciamo loro
un applauso.

EVVIVA!

Il sorriso di Amazon è per i clienti: soddisfatti. Ma anche imposto alla sua forza lavoro interna, che è come la merce: indistinta a livello personale, fortemente ruolizzata, in una catena di montaggio perfetta. Tutto funziona. Funzionano anche i momenti ricreativi collettivi (WORK HARD HAVE FUN MAKE HISTORY – è il motto dell’azienda) così simili alle parate sportive di antica memoria dittatoriale. Antica, quindi: dimenticata.

Anche la sorveglianza continua è legittima: qui il tempo è denaro; anche la perquisizione personale è accettabile – si sa la tentazione è umana; anche parlare tra dipendenti è un’anomalia denunciata perché ogni cosa che rallenti l’efficienza del sistema è pericolosa. È un danno. Quando si usa spesso questa parola c’è in atto una sotterranea cosificazione del mondo: sono gli oggetti che si danneggiano nella spedizione, nell’imballo: le persone non sono mai danni.
Il motto del “tutti insieme tutti per uno” non ha più la leggerezza romanzesca dei moschettieri del re del Dumas della mia infanzia ma è un sistema che funziona, lo capisco, è una sicurezza per tutti. Nessuno vuole essere danneggiato.

C’è un’altra cosa molto importante: in Amazon tutti si danno
del tu. Sapete perché in Amazon tutti si danno del tu?
Perché si lavora più velocemente quando si è in confidenza
e non si ha paura di affrontare gli altri.
Dovete dare del tu anche ai vostri manager, i vostri
superiori. Dovete dare del tu anche al direttore, se
si dovesse rivolgere a voi.

Benvenuti nel peggio del nuovo mondo.
Il paese di Cuccagna. Tutti mangiano alla mensa del re? No, se aveste letta la fiaba nera di Grimm sapreste che il leit motiv è un altro: “Vi ho mentito abbastanza?”
Fa niente, non c’è tempo per leggere, né più tempo per pensare.

Per me, personalmente, lavorare in fabbrica ha voluto dire, che tutte le ragioni esterne sulle quali si fondavano la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa, sono state radicalmente spezzate, in due o tre settimane, sotto i colpi di una costrizione brutale e quotidiana. E non credere che ne sia conseguito in me qualche moto di rivolta. No; anzi, al contrario, quel che meno mi aspettavo da me stessa: la docilità. Una docilità di rassegnata bestia da soma. Mi pareva d’essere nata per aspettare, per ricevere, per eseguire ordini – di non aver mai fatto altro che questo – di non dover mai far altro che questo. Non sono fiera di confessarlo.
È quel genere di sofferenza di cui nessun operaio parla; fa troppo male solo a pensarci”. (Simone Weil, La coscienza operaia)

En Amazonie di Jean Baptiste Malet dalla Fiera di Roma passerà alle librerie, e la domanda, a questo punto, è doverosa: lo troveremo in vendita su Amazon?

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2 commenti su “Il “nuovo” paese di Cuccagna: Amazon

    • carissima, questo è un Blog e come tale non gestisce comunicazioni. Se opto per estendere la lettura di un post, tramite suo invio e-mail, è perché ritengo importante che alla notizia in se stessa – è uscito un libro che denuncia la condizione di lavoro in Amazon – segua anche una riflessione più approfondita. Terrò conto, però, negli invii estesi di questo tuo disagio. Il galateo è galateo.

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