Una vita spezzata

Il mio mestiere non è scrivere. Io leggo le scritture altrui.

Le leggo per riconoscere la bellezza, l’utilità, il senso collettivo di quelle parole, e aiuto chi ne è proprietario a farle emergere, a dar loro forza di esistenza.
Il mondo editoriale italiano, a fatica, negli anni ha accolto questo strano mestiere di chi scrittore non è, e nemmeno solo un lettore, affidandogli sempre più spesso manoscritti e con essi il destino di un autore o autrice. Che è raggiungere i lettori, quelli non addetti al lavoro, quelli che possono leggere per piacere, per amore disinteressato della lettura. I felici insomma.

 

Libri, di Stefania Molajoni

Libri (Stefania Molajoni)

Che non fosse facile accogliere questo mestiere all’interno di un Paese di santi, di navigatori, di poeti e di creativi per eccellenza lo dimostra il fatto che tutt’ora è definito da una parola estera che non trova traduzioni: editor.

Raggiungere i lettori fino a poco tempo fa si poteva fare solo costruendo un libro, se la scrittura era ampia e articolata; o un articolo su carta stampata all’interno di un contenitore chiamato giornale o periodico se la scrittura mirava al consumo più breve. La destinazione estetica di ogni atto di scrittura comunque era ed è il Tempo: l’immortalità del fare letterario o il presente della comprensione immediata. Finzioni e fatti. Immaginazione e realtà.
E mi limito alla fabbrica di storie.
Perché la saggistica, che formula pensieri e teorie, non ama essere chiusa nell’universo dell’affabulazione come se il Senso, la Verità non potessero abitare nel regime stilistico della narrazione. (Non è vero ma questa è un’altra storia).

L’editor ai libri non serve più?
Se è vero sono qui, quindi, per denunciare la mia prossima scomparsa.

Si può scrivere ovunque, oggi, e questo è un bene.
Non servono i libri per poter esprimere la propria visione del mondo o per raccontare storie, nemmeno teorie o giudizi. Il web. La Grande rete raccoglie e accoglie ogni atto di singola creatività che permette a ognuno di noi nel Pianeta di poter dire al mondo “eccomi, ci sono”, lasciando una traccia del proprio passaggio.
Tutti possiamo finalmente celebrare la nostra incantatoria contro la morte, quel senso misterioso e segreto delle ragioni di ogni scrittura e di ogni storia: restare più a lungo. Non essere dimenticati.

Il Web è un enorme cimitero di parole. Un Museo dell’assenza in presenza simulata. Una Televisione planetaria che azzera le distinzioni temporali: tutto è qui. Passato e presente contemporaneamente.
Noi ci saremo per sempre.

Libri, di Stefania Molajoni

Libri (Stefania Molajoni)

Che necessità nuova allora ha il libro, come oggetto concluso, definito, tangibile per essere un di più in questo universo del dire? Circola meno e con minor forza rispetto alla velocità e ampiezza della rete. Eppure quelle parole che si guadagnano un tempo permanente di scrittura dentro un libro sembrano possedere una solidità più resistente rispetto all’immaterialità delle parole veloci del web.
Talmente veloci che, seppure persistono oltre la data di pubblicazione, a cercarle dopo anni sembrano troppo leggere, aleatorie rispetto allo scrigno sicuro del libro. Il libro di carta.
Perché?

Fare un libro non è più un’attività di pochi artigiani. Tutti possono fare un libro, il proprio o l’altrui. L’era del self publishing ha superato le colonne d’Ercole e il mondo del dire si è allargato: aumentano le parole, le scritture, le storie, i supporti.
Un’intera enciclopedia nella mano. Tutti i Classici fuori commercio sul tuo schermo gratuitamente. E fin qui l’innovazione tecnologica ti fa sentire sotto l’albero di natale mentre spacchetti i regali facendo suoni di meraviglia.
Che male c’è?

Tutti possono fare un libro, il proprio o l’altrui: basta scriverlo, impaginarlo, pubblicarlo con il vestito digitale e farlo circolare magari su Amazon che è la più esperta nel traffico degli stupefacenti.
Voilà. Niente più tirature limitate a proprie spese dalla tipografia sotto casa e vendite davanti alla libreria Feltrinelli – se hai coraggio, o a tutti i parenti e gli amici dei parenti nelle feste comandate.
Ma soprattutto niente più accumuli di rifiuti frustranti ammantati di false gentilezze da case editrici a cui hai scritto per mesi e che se ti rispondono ti dicono quasi sempre che non c’è posto nella loro linea editoriale, non è ancora stata inventata la Collana che ti meriti.
La vetrina web pareggia i conti: il tuo Nome di esordiente, con copertina fatta in casa o comprata dal grafico amico, giganteggia accanto all’edizione economica di Guerra e Pace. L’Olimpo è raggiunto. Torniamo tutti felicemente a casa.
Felicemente?
A casa?

Letture d'Estate, di Stefania Molajoni

Letture d’Estate (Stefania Molajoni)

Io credo al self publishing come pratica di indipendenza.
Ci sono un paio di cosette che vorrei pubblicare senza passare attraverso la carta e le case editrici per sentirmi libera di dire ciò che voglio e come voglio. E quello che voglio è costruire il libro che sogno dai tempi dell’università quando eravamo pochi pionieri – non c’era internet – a ragionare sui documenti elettronici, così li chiamavamo: multimedia. E da sempre, da quel lontano 1984, la tecnologia mi affascina come forma di conoscenza non come supporto, quindi sono disposta e disponibile a imparare a fare un libro, come dico io, da me. Anzi, presto lo farò. Perché sono ambiziosa. Indipendente, autonoma. E pazza.

Io ho avuto per 6 anni una casa editrice solo mia. E ho imparato sul campo, con molti errori, le regole di costruzione di un libro: dalla copertina alla gabbia, dall’idea alla correzione di bozze; dal numero di pagine alla scelta della carta; ho imparato cosa significhi linea editoriale, scontrandomi infelicemente con le regole mercantili della distribuzione, che mi hanno sopraffatto. 17 bei libri, per lo più invenduti. O poco. Troppo poco per chiamarsi editori. Ma volevo una casa editrice “mia” perché volevo aprire una finestra sul mondo che facesse entrare nello sguardo ciò che sembrava sempre nascosto o dimenticato o marginale. Un sogno che non ha saputo fare i conti con il mercato. Colpa mia. Della mia inadeguatezza. Il mercato c’è sempre stato, ero io a essere impreparata.
Anche per emulare gesù al tempio bisogna essere allenati.

Faccio l’editor in una piccola casa editrice, che spero sia più “brava” di me.

Il mio mestiere non è scrivere. Io leggo le scritture altrui. Narrativa, saggistica, inchieste.
Scelgo le proposte che arrivano in base a dei parametri di critica del gusto letterario, il mio, che sono sempre in precario equilibrio tra i desiderata di un immaginario lettore, che non vedo e non conosco ma che annuso nascosto nelle pieghe del testo, nelle righe che leggo, e i desideri di una visione del mondo che la casa editrice per cui lavoro esprime. Se quell’immagine fantasma di lettore è forte io difendo quel testo; se quello che dice e il come lo dice sono originali io so che il suo discorso potrà entrare come segmento del discorso più ampio che la casa editrice vuole pronunciare, esistendo, sul mondo.
Perché le case editrici non accumulano oggetti eterogenei, non producono tutto. Scelgono.
Ed è per questo che un po’ mi dispiace legarmi a un unico carro proprio perché ciò che viene prodotto segue una “linea” e invece io desidero sperimentare percorsi diversi.
Penso che, se c’è ancora tempo, mi riproporrò sul mercato. Più testi. Più possibili.

Sono un’artigiana delle parole. Ho imparato quello che so fare leggendo. Mi ci sono voluti anni di apprendistato: sulle parole, sulle grammatiche, sugli stili, sulle regole narrative per riuscire a prendere la distanza necessaria tra un testo e la mia voglia di impadronirmene e di cambiarlo a modo mio come se mi appartenesse.
Una distanza difficile, non sempre perfetta, anzi. Un allenamento empatico, fatto di ascolto, e una durezza rigorosa, fatta di analisi.
Avvicinarsi e allontanarsi. Accogliere e respingere. Un teatro tra me, il testo e l’autore. Un triangolo erotico fatti di odi, incomprensioni e di grazia improvvisa.
Non so se sono un mediatore culturale ma sicuramente mi sono sentita spesso una levatrice.

A testa in giù, di Antonella Fortunati

A testa in giù (Antonella Fortunati)

Qual è la reale differenza tra le istanze individualistiche, potenti e legittime, che ci portano a voler esistere come un Io separato, distinto, indipendente e autonomo, padrone assoluto del proprio oggetto-scrittura-libro (il self publishing e l’indie come filosofia ma anche la voglia diffusa di mettere su tante piccole case editrici) e il bisogno, invece, di appartenere a un ordine del discorso più ampio, già costituito e di porsi come un tassello di un mosaico che porta il Nome, e la storia, di una casa editrice?
Io sono io o io appartengo a.
Un corpo a corpo con se stessi o un essere parte di un corpo più grande.

Messa così mi sembrano solo due strade affascinanti perché creare è un processo affascinante. E non dovrebbe avere limiti se non per superarli.
Se invece di una o disgiuntiva vedessimo due rette parallele con pari legittimità di esistenza e pari valore forse i discorsi si farebbero più interessanti se non fosse che entrambe peccano in qualcosa.
L’universo che accoglie gli oggetti editoriali sta collassando.
Si produce in abbondanza. Troppo.

Immagina una cupola di vetro trasparente e tanti atomi al suo interno che si muovono in tutte le direzioni come falene impazzite: si urtano, rimbalzano, premono contro le pareti. Finché la cupola non è più trasparente perché piena. Opaca.
Abbiamo creato un eccesso che ci inghiotte. Qualcuno direbbe entropia massima: la morte fredda dell’universo.
Abbiamo invaso lo spazio di carcasse: cose mandate in orbita un po’ alla rinfusa per dire quasi tutti insieme affannosamente: “eccoci, ci siamo…” dimenticandoci che all’inizio la domanda autentica del desiderio era: “c’è qualcuno là fuori o siamo soli?”
Una domanda che abbiamo dimenticato. E che ha generato questa sovrabbondanza di oggetti. Saturando quel vuoto.
E ora ogni volta che mandiamo un segnale quello urta contro un altro oggetto alla deriva e ci rimanda… noi stessi. Sempre e solo noi stessi.
Abbiamo dimenticato la necessità che faceva di quella solitudine la ricerca di una risposta anche imprevista e non il bisogno ostinato di un consenso.

E non è solo un problema letterario, o editoriale.

Spesso si critica l’iperproduzione come sinonimo di bassa qualità. Troppo significa “scadente, brutto”. Uno slittamento dalla quantità materiale al giudizio estetico che potrebbe anche essere verosimile ma non vero a priori. A meno che la ricetta-formula che replica in modo infinito un modello, producendo tanti oggetti troppo uguali, non uccida l’originalità dell’atto iniziale, svuotandolo di senso. Accade, certo che accade.
Eppure ci sono produzioni seriali suggestive, fatte bene, capaci di assolvere il loro compito comunicativo: riconfermare la validità della formula assicurando la ripetizione infinita del piacere. Che sarà sempre identico a se stesso. Il piacere di quella cosa là. Quel piacere che si prova proprio perché lo si riconosce.
Non c’è niente di male.

Vorrei sparire, di Antonella Fortunati

Vorrei sparire (Antonella Fortunati)

L’Arte creativa come rassicurazione di un Ordine del mondo prestabilito è sempre esistita. Alta o bassa letteratura che sia – questo è un giudizio estetico-sociale che esprimono i giudici non i lettori. Soddisfa il bisogno di non cambiamento. Rinforza l’adesione a una norma, non solo letteraria, anzi: decisamente sociale. Si basa sul bisogno di appartenenza e quindi sulla ricerca e conferma del consenso, dell’accettazione, dell’essere come… tutti. La mia identità è salva. Mi riconosco(no).

Ci sono oggetti seriali belli e brutti. E fin qui tutto è nell’ordine delle cose umane: l’opera che eccelle nasce sempre dalle botteghe, si porta dietro le cose copiate e quelle inventate; chi emerge si porta dentro tutto il lavorìo di quelli che non emergeranno ma creano il brusìo necessario perché la voce che apparirà isolata sia più forte.
Per questo scrivere è sempre un atto di responsabilità. E un omicidio.

Poi c’è l’opera che rompe lo schema, quella, appunto, che detterà il modello che altri seguiranno (forse) o che resterà a suo modo ineguagliabile.
E non c’è scritto da nessuna parte che debba nascere dentro una Collana editoriale o da un atomo sperso nell’universo. Tutto è possibile. Se il possibile è uno spazio aperto.
Ma sotto la cupola l’universo implode. Non è più il regime del possibile.
C’è un eccesso. Di prodotti che normano il mondo. Pochi quelli che lo contraddicono, lo interrogano, lo svelano.
E forse è questa mancanza, dolorosa, avvertita ma non ragionata, mai discussa, che rende tutto sotto quella cupola un disordine senza senso. Senza uscita. E genera conflitti. Opposizioni. Concentrando l’energia come in un buco nero.
Ma la cupola l’abbiamo creata noi, non c’era.

Ora io appartengo per età anagrafica all’epoca delle rivolte contro l’Autorità e gli Ipse Dixit vari e quindi ben comprendo che la fantasia al potere e il libero accesso al sapere siano esigenze legittime ma non ho mai sostenuto l’idea che la libertà sia un attacco indiscriminato contro le competenze. Crearmi una competenza è stato forse il lavoro umano più faticoso che ho dovuto fare proprio perché non ho scelto il lavoro dipendente: la maschera sociale predefinita da indossare per essere vista. Perché la dipendenza lavorativa oltre ad assicurare lo stipendio fornisce un’identità sociale.
Io ho sempre fatto lavori che nessuno capisce quando spiego. Se dicessi che amo costruire reti semantiche so benissimo l’espressione delle facce che mi troverei davanti e vi assicuro non aiuta a sentirsi solidi, soprattutto perché non ho più vent’anni.
E oggi faccio un mestiere che ha un nome inglese perché la cultura creativa italiana lo digerisce male. Non sa come tradurlo. Non lo addomestica.
Probabilmente la mia è una malattia incurabile: una vocazione alla disubbidienza.

Ma quello che trovo non spiegabile, alla fine, è questa euforia collettiva di praticare la libertà di produrre testi in un mondo in cui aumenta l’analfabetismo di ritorno – si legge senza comprendere, si comprende la superficie senza nemmeno scorgere gli impliciti; si naviga sul detto e non si percepiscono i sussurri e i silenzi sotto il testo – e i lettori di libri, intanto, decrescono.
Per chi si scrive allora? Soltanto per replicare questo bisogno spasmodico di dire ci sono? Per non essere meno degli altri? Perché il pensiero unico omologante ci dice che possiamo essere tutti famosi come se davvero ci avessero scaraventato su un’isola deserta e una macchina da presa ci riprendesse nella nostra falsa lotta di sopravvivenza?
Che spreco di energie.

Linea spezzata, di Antonella Fortunati

Linea spezzata (Antonella Fortunati)

Tutti possiamo esprimerci e anche scrivere, certo. Si impara. Così come si impara a leggere. Perché non tutti siamo buoni lettori. I laboratori che ho tenuto sulla lettura sono stati più avvincenti e produttivi, anche per me, di quelli sulla scrittura. Perché imparare ad accostarsi ai testi in modo stratigrafico rende giustizia a chi li ha scritti e ci restituisce una competenza che non ci permetterà più di essere disponibili ad accettare false monete.

Tutti possiamo esprimerci e anche scrivere, certo. Si impara. Ma questa possibilità implica anche la differenza della posizione che si assume: c’è chi scrive per sé, chi scrive per il consenso, chi scrive per far parte di una cerchia, chi scrive per i lettori dell’avvenire dicendo grazie agli scrittori del passato. Forse solo questi ultimi sanno, senza mai spiegarlo, cosa sia la letteratura. E i loro libri sono quelli che rompono uno schema, naturalmente. Non emergono subito, a volte. O esplodono in faccia d’improvviso. Ci sono congiunture che lo permettono.

E forse è qui il problema: la cupola in cui annaspiamo lo consente o preferisce mantenere lo status quo?
Il testo che potrebbe scheggiare la cupola ha davvero la forza in se stesso di rendersene conto?
Non esiste mai un primo lettore di quel testo? Un lettore che lo ascolti, lo commenti, e dica: questo mi piace e questo no… un lettore “altro” dalla lettura a voce alta, solipsistica, dell’autore stesso?

Si può partorire in qualunque luogo e da sole, non c’è dubbio. Ma nessuno si sognerebbe di cacciare via dalla stanza una levatrice, se per caso ci fosse. A meno che non si tratti di una sfida.
Ora siamo diventati un popolo di sfidanti oltre che di eroi poeti e navigatori?

A mio avviso il problema della qualità e della quantità ha bisogno di una Teoria della letteratura che risorga dalle ceneri, di una Critica del gusto che reimpari a parlare dei testi, del processo stesso della lettura e della scrittura. Non di recensioni o di recensori tanto meno di like. Non di premi. E nemmeno di opinionisti. Non di corsi di creative writing o di manuali. Parlo di competenza intellettuale. Di filosofia della creatività.

C’è bisogno di educare alla qualità e all’empatia sia chi scrive sia chi legge, innescando desideri di lettura in chi o li ha persi o non li ha mai avuti.
Perché se non cambiano i lettori anche i testi resteranno sempre uguali.
E sono molti coloro che scrivono vantandosi di leggere poco o niente.
Ma anche per essere naif ci vuole talento. Ci vuole la capacità medianica, almeno, di saper ascoltare il brusìo di tutti coloro che hanno scritto prima e intorno.

Tutti i canali espressivi hanno valore: il libro di carta non può essere l’unica meta esistente. Non nella nostra epoca, non domani.
I blog, i siti, i post sono loci nobili in cui depositare le proprie storie e il desiderio di essere ascoltati, ripresi, citati e riletti. I libri digitali dovrebbero essere attraversati da tensioni diverse da quella di porsi come il doppio del libro di carta, il suo semplice e nudo duplicato. A volte è utile se voglio testi da consultare facilmente, ma allora è tecnologia: grazie. Abbiamo oltrepassato l’epoca delle cattedrali di pietra.

C’è bisogno, oggi, di una volontà di rivoluzione nel pensiero e nelle forme espressive.
Mi ha colpito un testo scritto su un’opera d’arte figurativa che tracciava il segno del suo valore partendo dalla constatazione, semplice, che nessuno si sarebbe potuto mettere davanti a quel quadro dicendo “e che ci vuole? saprei farlo anch’io”. Ho capito che questo pensiero è diventato, invece, comune e diffuso in chi si accosta al fare letterario perché lo considera, appunto, fare un libro. E forse ha ragione se i testi che circolano non portano i segni di una differenza. Ma testi che valgono, che sono utili a costruire un discorso letterario esistono, e non appartengono solo ai grandi circuiti o alla carta.

Forse, la nuova letteratura sarà su libri di carta o invenzioni multimediali perché la creatività non ha limiti. Semmai soglie da attraversare. Ha a che fare con l’immaginazione e rimette in discussione sempre l’Immaginario.
E se è destino che le case editrici, come contenitori, e tutti i suoi aggregati, debbano morire, moriremo. Pazienza. Ho una vita vissuta fatta di ex.
Ma morirò con un buco nel cuore.
Perché mi manca una Grammatica della Fantasia che mi faccia immaginare, come nell’ultima scena del film di Spielberg, che lo stupore non sia l’astronave che finalmente atterra ma quei rumori che a poco a poco si rivelano suoni di un altro alfabeto… che io sarei disposta a imparare per comunicare ancora con l’universo.

Vorrei sparire2 (Antonella Fortunati)

Vorrei sparire2 (Antonella Fortunati)

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