I costi del gratuito

C’è sempre, nella vita di ognuno/a, un passaggio del Mar Rosso.

Il momento, magico, in cui ci si libera da un condizionamento, da una schiavitù che magari solo “ieri” non si percepivano tali perché è facile adeguarsi a come vanno le cose. A come fan tutti. L’inerzia rassicura.

Se si dimentica che il desiderio è un motore, la spinta esistenziale a costruirci il destino,  i sogni vanno al macero – non importa se originali o banali -vanno al macero comunque, specie se li si tiene nel cassetto per timore che la realtà, là fuori, li sciupi o li rubi.

Strano davvero. … è come temere di alzarsi una mattina e di trovare riflessa nello specchio la faccia di qualcun altro. Chi ci ha cambiato? Quando è stato?

Il desiderio, che non si dimentica di se stesso, impedisce i travestimenti e soprattutto i furti d’anima: obbliga a tenersi la propria faccia per sempre, in ogni quando e dove. E restare se stessi/e è un atto di responsabilità.

La solitudine, per chi fa Cultura, è un problema serio.

Le comunità culturali spesso sono caste chiuse, per addetti ai lavori. Si aprono per ricevere consensi e plausi non per bisogno reale di compagni di strada. Nascono a volte come corredo alla personalità di qualcuno/a, o come bisogno gregario di riconoscimento.

La solitudine, dicevo, è una scelta di non appartenenza a un certo modo e mondo. Ma non è una vocazione del cuore. Il cuore culturale ha a che fare sempre con la pluralità e gli incroci e non ha un semaforo che decide chi abbia più diritto di dire la sua. Chi detenga il potere di precedenza.

Ecco, di strade volevo in fondo parlare, ora che il passaggio del Mar Rosso esige un’ulteriore sorveglianza. La strada, per esempio, della sostenibilità materiale e immateriale.

Il no profit è una scelta di principio. Significa creare un’economia del vantaggio (pensare a chi si avvantaggerà) non del profitto. Esprime una vocazione ai molti e non ai pochi senza diventare un fenomeno di massa o un abbassamento populistico. Non usa la divulgazione come formula di semplificazione ma la circolazione libera come sistema strategico di destabilizzazione. Perché se tutti/e sanno è più difficile imbrogliarli.

Il condizionamento e la schiavitù di cui sento l’odore, in questo passaggio del Mar Rosso, si chiama “fare le cose gratis“.

Perché se il “gratuito” non è percepito come una scelta e come un valore di scambio, allora, perde senso; peggio: diventa una trappola. E’ inutile e dannoso. La trappola è quella di una cattiva politica che ha generato un luogo comune: la Cultura è sinonimo di lusso, di occupazione del tempo libero, il riempimento di un vuoto e non una fonte di vita.

Peggio: il retropensiero costruito è che le cose fatte gratis valgano poco. La stessa prestazione, da una parte, è un’offerta quasi obbligata nella sua gratuità, altrove, ha un prezzo da pagare come se il denaro fosse il segno del suo valore.

Da una parte c’è una generazione continua di povertà obbligata in cui versa il mondo di chi fa Cultura (basti pensare all’editoria dove la maggior parte di chi ci lavora non percepisce il giusto compenso o sotto varie formule lavora gratis) e dall’altra intorno alla parola “gratis” gravitano significati negativi che si sfibrano nella sfumatura dell’ “immeritato” e del “senza giusto motivo”.

Ohibò. Come si fa allora a sostenere il valore di un’economia del dono?

C’è solo un modo per scoprire se sia un inganno qualunquista o una visione rivoluzionaria: interrogare sul suo valore chi beneficia di questo fare al di fuori del profitto. Di chi dunque se ne avvantaggia. Quanto? Come? Non perché abbia meriti particolari ma più semplicemente perché ha il diritto di avere strumenti per crescere. E qualcuno, chi esercita il gratuito, glieli fornisce.

Io conosco tutti i costi del gratuito: le competenze messe a disposizione, le attrezzature condivise, i luoghi offerti in comodato, le professionalità, insomma: il lavoro, e quindi ne riconosco i doni.

Ma chi viene agli eventi culturali gratuiti, per esempio, sa che tutto ha un costo che non arriva al beneficiario con un prezzo da pagare ma che diventa un vantaggio di cui poter usufruire liberamente? Sa che questo “gratuito” è una scelta di campo e non l’unica occasione concessa per restare liberi/e? E per far circolare pensieri plurali senza semafori telecomandati?

Ha mai domandato a chi fa questa scelta le “sue” ragioni? O la Cultura, siccome è inutile, non ha costi? E se fosse utile, invece, e avesse costi ma restasse libera si chiamerebbe ancora Cultura?

C’è sempre nella vita di ognuno/a un passaggio del Mar Rosso: il momento, magico, in cui ci si libera da un condizionamento, da una schiavitù, da un pregiudizio che magari solo “ieri” non si percepivano tali.
Forse “gratuito” conserva dentro il senso di un “grazie” reciproco che aspetta il momento giusto per essere detto.

 

NarrAzioni: non esiste mai un solo modo per raccontare una storia
Piattaforma di crowfunding per un Progetto culturale gratuito (In dettaglio)

 

NarrAzioni- A cura di Donne di carta

NarrAzioni- A cura di Donne di carta

 

 

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