Ed eccovi me

La mia età è essenzialmente il tempo di dare un corpo unico ai desideri, vecchi e nuovi.
Il tempo di dar loro un posto nel mondo senza più chiedersi se ne hanno il diritto.
Servono a me.

Provengo da un lungo apprendistato non legato esclusivamente al mondo dei libri, anzi. Ho studiato i meccanismi della creatività narrativa, del pensiero che inventa storie.
Ho avuto la fortuna di vivere la mia giovinezza in un’epoca capace di immaginare, al di fuori del qui ristretto dei bisogni, della tecnologia d’uso quotidiano.
Ho respirato l’idealismo della ricerca degli universali.
Sono stata testimone, per coincidenza anagrafica, dell’Intelligenza artificiale, dei primi balbettamenti dell’informatica umanistica.

Non c’era Internet allora e i primi computer si chiamavano Commodore 64 e si usava il Basic.
I calcolatori, potenti, erano grandi, rumorosi.
Tra me e lo scenario di “A come Andromeda” (lo sceneggiato) c’era solo il colore come differenza.
La passione dei pionieri.
Gli anni 80.


Qualcuno dovrebbe scrivere la storia dei luoghi dove nascono le idee, dove le persone ridono, insieme, della bellezza del pensare.
Il laboratorio che condividevo con i miei amici: un letterato intellettuale e un giovane ingegnere, era una cucina.
Io amavo le fiabe e i gialli: smontavo le storie per cercare regole alla ricerca del Grande Modello dell’Invenzione.
Paolo amava i linguaggi di programmazione, i circuiti logici, i sistemi inferenziali, quella magia del “se…allora” che la macchina capiva perfettamente e io mi affannavo a ricordargli che era un’idea di Aristotile.
Giuseppe, beh: lui era l’incarnazione stessa della Letteratura in Scienza.
Pensammo insieme. Qualcosa che accade raramente tra gli umani.
Nessuno di noi rivendicava mai la proprietà dell’intuizione che avrebbe risolto il problema.
Ci univa una sotterranea radice di umiltà e di ambizione, e ci rendeva pari. Per democrazia di intelligenze.

Creammo un sistema automatico di invenzione delle fiabe.
Creammo un sistema di analisi e modellizzazione delle storie che poggiava su reti semantiche e che fu in grado anche di “comprendere” le logiche inventive di altri testi, come i gialli, ma anche novelle di Pirandello.
Credo che a La Sapienza, in qualche scantinato, esistano ancora i grossi modelli IBM con i nostri dati dentro, sui dischi flessibili e so che qualche studente si cimenta a sviluppare Tesi su quei risultati. Sulle idee, no. Peccato.
Oggi, archeologia.

Il guaio è che il mondo scambia le idee come una tensione in linea retta che interrompe le cose passate e le fa morire, come un ramo secco, anche quando sono ancora lontane dall’esaurirsi, dall’aver detto tutto quello che potevano dire.
Peccato.
Il guaio è che il progresso si muove nell’ottica del superamento e non della continuità, e allora “il prima” è sempre “vecchio e sorpassato” e non la base da esplorare e conservare per generare il nuovo .
Questo è un mondo che preferisce i prodotti al pensiero.

“Quando avremo tempo riprenderemo quella ricerca” – così ci consoliamo io e Paolo, a volte.

L’invenzione e la cosa inventata non appartengono al medesimo registro della conoscenza.
Il fare non è meno importante del prodotto.
Nell’oggetto inventato c’è solo il riverbero delle possibilità infinite del pensiero di avere un corpo
In quel lungo passato avevamo insegnato a un calcolatore a inventare storie.
Ottenevamo a poco a poco i rudimenti di una grammatica della fantasia.
Scoprimmo insieme, noi e la macchina, che qualsiasi oggetto traslocato dal suo contesto funzionale poteva diventare “altro”.

“Il dio che infligge la ferita è anche il dio che indica la cura”- dice Hillman.

Ho lasciato la carriera universitaria di ricercatrice, poi quella di docente, insomma, il mondo accademico. Perché non considero il pensiero una merce astratta di autorepliche.
Ho cercato nel mondo pratico delle aziende un’esaltazione del “fare”e mi sono scontrata con la produzione in serie.
Ho cercato allora margini.
Non più calcolatori, che intanto diventavano Pc portatili.
Ma la mente umana.

Ho cercato nel desiderio delle persone quella poetica del fare che non muore nel fatto.
La voglia di raccontare che abita il cuore della gente.
Ma non scritture piuttosto lo scrivere: l’atto nel suo farsi, il punto in cui emergono le idee, il punto in cui una struttura sorregge e trasforma l’idea in un percorso.

L’attenzione alla lettura come processo di scoperta e un modo di proiettarsi.
Perché scrivere è saper leggere. I libri come il mondo.
Perché leggere è saper scrivere la propria storia.

Ho scritto un libro che non è teoria né grammatica. Un libro-niente.
Parla di lettura, i suoi mondi e i suoi modi.
Ma la voglia del fare con gli altri è più forte di un esercizio solitario di scrittura.
E allora mi sono chiesta come potevo investire la mia esperienza, e un po’ di fantasia.
In cui chi guida è anche guidato, in cui il “fare” fosse il nodo centrale di un confronto e poi una tensione mirata a creare un oggetto.

Un laboratorio? Forse.
Dall’idea al testo.
Ancora prima di scrivere. Mentre.
Lettori di un testo che non c’è. Non del tutto.
Una casa editrice. (Pensavo… ma non ce l’ho fatta)

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3 commenti su “Ed eccovi me

  1. Sai che non lo faccio per amore nei tuoi confronti… è un bel pezzo, potente anche se sussurrato, pregno di significati, a patto che li si sappia leggere, suggestivo perchè parla di un mondo di ricerca che non esiste e forse è esistito solo in quella falla spazio-temporale di cui tu narri le ombre fuori della caverna.
    Bel pezzo, bella riflessione. Mi piace molto però la parte “luoghi dove nascono le idee, dove le persone ridono, insieme, della bellezza del pensare” e, credo, dovrebbe divenire il manifesto della ricerca e sviluppo. Oggi va di moda l’aggressività, il rapacismo, l’aggressione per affermare un proprio io ipertrofico in luogo di una ignoranza che assurge a impotenza cerebro-erettile.
    Io, invece, mi riconosco in quel mondo della ricerca, un mondo dove si da sfogo alla fantasia e si ha la perseveranza e il coraggio di sostenerla, un mondo colorato di allegria dove i neuroni, stimolati dal buonumore, divengono produttivi e creano idee, anche follie. Per questa visione detesto il santo Steven Jobs, che alle parole che hanno segnato così tanti giovani, ha contrapposto un comportamento fatto di vessazioni e angherie. Per questo, pur con il profondo odio per ciò che rappresenta, stimo la cura che Bill Gates ha dei suoi ricercatori, lo sforzo continuo di farli stare bene, di farli lavorare bene.
    Per tutto questo, per la profonda condivisione di pensieri che ho con te, ti voglio bene.
    Per tutto questo vorrei un mondo diverso… e ancora, nel mio nanouniverso cerco di metterne insieme qualche pezzo.

  2. Penso che leggere e scrivere non debbano riflettere la paura del mondo e dei suoi cambiamenti, oggi così repentini. Forse, potrebbero essere un’opera di riconoscimento di ciò che resta, malgrado tutto e tutti: negli interstizi, nei sogni, nelle crisi, nel dolore, nella malattia, nella distrazione, nella noia. Nell’amore.
    Che non è detto che sia il meglio di noi e degli altri, ma che negare sarebbe sciocco e fatale.
    Darò il mio contributo. Rosaspina

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