Il “nuovo” paese di Cuccagna: Amazon

Fiera più libri più liberi, 6 dicembre 2013

Fiera più libri più liberi
Roma 6 dicembre 2013

Per la Roma ancora laica, ogni dicembre c’è un Natale che si rinnova con la medesima ansia da prestazione, l’euforia dei preparativi e poi luci e leccornie ma, soprattutto, gente, tanta, da invitare.
Si chiama Più libri più liberi il Natale di chi legge.
Quando non ero un’editora, la Fiera significava la fila al botteghino ogni giorno perché ogni giorno mi riservavo una visita a stand diversi, un ascolto mirato a diversi interventi, una comoda stazione presso il Caffè letterario.
Quando sono riuscita a entrare, a fatica, e praticamente l’ultimo anno di attività, come editora, tutta questa felicità si è dissolta nei decibel della sala, nell’estenuante conversazione con tutte le persone di passaggio senza acquisti dietro uno stand vanamente addobato come un presepio di cui mi sentivo più pecora che pastore.

Il 6 dicembre del 2013 ci torno nelle vesti recenti di collaboratrice di un’altra avventura editoriale, firmata da un’amica: la Kogoi edizioni. Sarò una delle relatrici di un libro che ho voluto fortemente che Kogoi portasse in Italia: En Amazonie.
L’ho voluto come lettrice.

Io non sono contro Amazon. Di solito, per principio, non sono mai contro niente e contro nessuno.
Lo divento.
Di Amazon non mi piace – come per tutti i grandi magazzini – la filosofia dell’accumulo dove ogni cosa, indipendentemente da cosa sia, esiste in quanto merce: il libro accanto alle scarpe non mi piace. Nemmeno accanto alla torta di cioccolato, anche se sono golosa di entrambi.
Resto tenacemente ancorata al tempo giusto per ogni cosa e al luogo giusto per abitare quel tempo.

L’utilità dovrebbe essere un concetto non generico, ogni volta declinato nelle sue specificità: le scarpe mi servono per camminare, anche se oggi sono anche un lusso, un essere alla moda, un segnale di appartenenza a …; i libri mi servono per respirare, per imparare, per conoscere. Per ridere o per piangere. Messi lì, accanto alle scarpe, diventano solo uno dei tanti (troppi) beni consumabili. È quest’idea, anzi, questa pratica del consumo che mi amplia negli orecchi anche il rumore dei denti e delle mascelle che divorano la torta, e il silenzio speciale che richiederebbe la lettura ha un brivido di repulsione, e io mi ritraggo: dalle scarpe, dalla torta, dalla serenità perturbata dei libri. Io non compro: esco.

Eppure come non apprezzare la tecnologia della vendita on line, dello schermo “dentro c’è tutto”: facilita la vita – anche il grande magazzino reale facilita la vita, ovviamente, ma dipende di quale vita stiamo parlando. La nostra è correre, mordere, fuggire. Non è mai abitare, stare, godere. Magari tornare.
E quindi là, davanti allo scaffale, o qui, davanti allo schermo, io sono il consumatore libero di esercitare con un semplice click o con un gesto prensile la scelta e l’acquisto, e per astuta strategia di vendita là dove le merci sono tante, varie, diversificate e soprattutto scontate io, consumatore, rischio una scarica megagalattica di endorfine, e mi sento appagato e felice.

Nel nuovo mito del paese di Cuccagna, Amazon è sicuramente il cuore di un modello economico vincente.
Nel reale come nel virtuale, anzi nel virtuale è meglio: non devo uscire. Il bene mi arriva dentro casa, come la televisione, che mi porta la vita degli altri dentro casa; e il mondo, invece di allargarsi, si plasma sui metri quadri del mio salotto. Tutto a portata di mano: basta un click.

Ho fatto l’aiutolibraia per pochissimo tempo –  nella libreria di una mia amica: una di quelle che eredita il mestiere per impronta materna non per invenzione del momento. Seguendo la sua attività, mi sono resa conto di quanto sia difficile vendere i libri: chi entra in una libreria di quartiere, una libreria generalista, di quelle dove le novità sono in numero decisamente inferiore ai Classici e ai libri della piccola e media editoria, per prima cosa chi entra ha necessità di parlare; è come se entrando dicesse: “ho un po’ di tempo, sono appena uscita dall’ufficio, devo andare a prendere i ragazzi in palestra, ho completato la spesa alimentare…insomma… ho un po’ di tempo… per me”.

E le vedi girare queste persone, più donne che uomini, toccando copertine, annusando la carta, cercando con lo sguardo il tuo per l’inizio necessario, desiderato, atteso di una conversazione: “l’ha letto lei? Che ne dice? La mia amica me lo ha suggerito.. E mia figlia… è adatto per una ragazzina di…? io alla sua età non avrei potuto… non c’erano libri così… e poi comunque non me l’avrebbero mai comprato…”

Ho imparato in quel breve periodo che un libro è un oggetto particolare: non contiene parole, le ispira. Non chiude frasi e pensieri o storie di qualcuno tra le pagine, scatena il bisogno di storie di tutti: crea un legame.

Tentavo l’avventura editoriale in proprio mentre fingevo di essere un’aiutolibraia, e non c’è stata una volta che segnalassi alle persone che entravano i libri della mia casa editrice; speravo che parlando di tutto venisse fuori un appiglio concreto, e solo allora… se quel legame d’amorosi sensi diventava palese, allora, con gli occhi bassi, pudicamente: “questo libro glielo consiglio, l’ho fatto io”. E mi sembrava più che un invito quasi una confessione, una confidenza intima tra vecchi amici.

Io amavo quei libri: li avevo visti crescere, uno a uno; e quando si ama qualcuno si spera per lui, sempre, che incontri un altro alla sua altezza.

Gli editori artigiani, quelli piccoli, sono davvero i proprietari dei libri. Superano addirittura l’autore in questa smania di possesso. Sono il primo lettore in assoluto, spesso l’editor che ha curato la versione definitiva, sono l’ombra del tipografo: hanno immaginato quel libro, hanno corretto grammatica e refusi, hanno discusso l’esistenza stessa di un personaggio, hanno scelto la carta e controllato le ciano, hanno litigato per un colore sbagliato, hanno ringraziato il grafico per l’impaginato notturno.

I piccoli artigiani della parola e della carta. Della parola che si fa carta e viaggia. Anche se la durata o l’estensione del viaggio, spesso, si ferma dietro il vicolo.

Ai piccoli artigiani del libro corrispondono gli artigiani della vendita: sono due razze in estinzione. Gli editori sempre in crisi, in rotazione tra morti e appena nati; i librai delle librerie indipendenti come i dinosauri o gli orsi polari.
Non voglio dire che Amazon sia  il meteorite o l’effetto serra che scatena la scomparsa ma se la concorrenza dello sconto, la confusione dell’offerta, la velocità dell’acquisto, la mercificazione della scrittura, l’iperproduzione di novità diventano il modello della comunicazione editoriale… è difficile pensare che resti spazio – e soprattutto tempo – per altri modi e per altri ritmi.

Amazon non è una grande libreria. Amazon è un grande magazzino. Con il valore aggiunto, rispetto al supermercato in piazza, che la merce arriva a casa, che anche il gesto-tempo di “muoversi verso” si annulla nello stare sempre qui, fermi, al sicuro.

E, allora, la sicurezza diventa, in questo mondo che ci minaccia pericolosamente, un imperativo categorico; cosa serve ascoltare i consigli del libraio vecchia maniera? c’è la stampa, la pubblicità, la televisione… quel dire impersonale che, anche se è il megafono dietro cui si nasconde il venditore, finge precisione (mira il target), costruisce esattezza e semplicità di giudizi (l’analfabetismo di ritorno implica l’uso e la comprensione di parole di base), e infine rassicura: “così fan tutti”.
La questione non è essere consigliati ma essere guidati. Questo fa sentire sicuri.

Il libro su Amazon: En Amazonie, non affronta questa ricaduta sociale, la fa intravedere, la suggerisce; per molti versi – lo si comprende tra le righe – è la motivazione autentica dell’autore, la fase pre-indagine, la pietas che si percepisce nella scrittura.

Ciò su cui punta il dito, invece, è l’interno di quel magazzino, il dietro lo schermo. E non usa toni gridati: non c’è scandalo qui a far presa. Basta la cronaca di un periodo di lavoro, fingendo di essere un interinale e svolgendo la vita che “fan tutti”. Basta un diario di bordo.
La vita (im)possibile all’interno di un modello di lavoro che sarà, se lo lasciamo fare, il futuro.

Un futuro basato sulla precarietà come sistema, smistato dalle agenzie interinali, giocato sulla necessità del lavoro (servilismo) non sull’utilità (servizio) e spostato sull’asse ottimista dell’efficienza produttiva di cui, sgangheratamente, ci illuderemo tutti di far parte perché se l’azienda funziona è come se ci dicesse – e lo dice, infatti: grazie! perché se la quantità abnorme di merce che passa ci costringe a lavorare in orari fuori da ogni norma, il risultato: crescere, espandersi, battere tutti… è merito anche della nostra paziente impagabile docilità.
Ed essere docili è il mezzo più certo per essere sicuri di lavorare.

Ieri notte abbiamo superato l’obiettivo!
Se abbiamo potuto realizzare questa prestazione
è grazie a coloro che ieri hanno accettato di
fare delle ore di straordinario dalle 4:50 alle 5:50.
Un grande, grandissimo grazie a tutti loro. Facciamo loro
un applauso.

EVVIVA!

Il sorriso di Amazon è per i clienti: soddisfatti. Ma anche imposto alla sua forza lavoro interna, che è come la merce: indistinta a livello personale, fortemente ruolizzata, in una catena di montaggio perfetta. Tutto funziona. Funzionano anche i momenti ricreativi collettivi (WORK HARD HAVE FUN MAKE HISTORY – è il motto dell’azienda) così simili alle parate sportive di antica memoria dittatoriale. Antica, quindi: dimenticata.

Anche la sorveglianza continua è legittima: qui il tempo è denaro; anche la perquisizione personale è accettabile – si sa la tentazione è umana; anche parlare tra dipendenti è un’anomalia denunciata perché ogni cosa che rallenti l’efficienza del sistema è pericolosa. È un danno. Quando si usa spesso questa parola c’è in atto una sotterranea cosificazione del mondo: sono gli oggetti che si danneggiano nella spedizione, nell’imballo: le persone non sono mai danni.
Il motto del “tutti insieme tutti per uno” non ha più la leggerezza romanzesca dei moschettieri del re del Dumas della mia infanzia ma è un sistema che funziona, lo capisco, è una sicurezza per tutti. Nessuno vuole essere danneggiato.

C’è un’altra cosa molto importante: in Amazon tutti si danno
del tu. Sapete perché in Amazon tutti si danno del tu?
Perché si lavora più velocemente quando si è in confidenza
e non si ha paura di affrontare gli altri.
Dovete dare del tu anche ai vostri manager, i vostri
superiori. Dovete dare del tu anche al direttore, se
si dovesse rivolgere a voi.

Benvenuti nel peggio del nuovo mondo.
Il paese di Cuccagna. Tutti mangiano alla mensa del re? No, se aveste letta la fiaba nera di Grimm sapreste che il leit motiv è un altro: “Vi ho mentito abbastanza?”
Fa niente, non c’è tempo per leggere, né più tempo per pensare.

Per me, personalmente, lavorare in fabbrica ha voluto dire, che tutte le ragioni esterne sulle quali si fondavano la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa, sono state radicalmente spezzate, in due o tre settimane, sotto i colpi di una costrizione brutale e quotidiana. E non credere che ne sia conseguito in me qualche moto di rivolta. No; anzi, al contrario, quel che meno mi aspettavo da me stessa: la docilità. Una docilità di rassegnata bestia da soma. Mi pareva d’essere nata per aspettare, per ricevere, per eseguire ordini – di non aver mai fatto altro che questo – di non dover mai far altro che questo. Non sono fiera di confessarlo.
È quel genere di sofferenza di cui nessun operaio parla; fa troppo male solo a pensarci”. (Simone Weil, La coscienza operaia)

En Amazonie di Jean Baptiste Malet dalla Fiera di Roma passerà alle librerie, e la domanda, a questo punto, è doverosa: lo troveremo in vendita su Amazon?

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Quando un film e un libro sono un’opera unica

via Castellana Bandiera

via Castellana Bandiera

Scrivo raramente sul Blog e non perché scrivo tanto in tanti altri posti.
Ma perché qui è “casa mia” e i pensieri rallentano: ci sono spazi e silenzi da ascoltare.

Ho visto un film. Dopo aver letto il libro. Chi l’ha scritto ha anche inventato e interpretato il film.
Ho ritrovato al cinema il coro del teatro greco, il suo senso antico: essere la voce della Polis, la traccia di un ricordo sbiadito di Dioniso.

Aveva ragione Maria Barone, una “mia” esordiente, a intitolare Troppa polvere in una città dove piove poco e male il suo romanzo hard boiled su Palermo. Da un genere all’altro: qui, Palermo, è lo scenario di un film western ma anche quella Polis teatralizzata in cui se togli le maschere dal viso degli attori scopri che dietro non c’è un viso.

Come dicono accada alle stelle: le vedi ma non ci sono. La morte in differita perde il dolore.

Il gatto minuscolo che gioca con l’invisibile nel vicolo; la transenna levata perché la tragedia abbia il suo corso: corso come correre… la Polis, il Coro che corre in ciabatte, in vestaglia, in mutande – il bambino abbandonato – verso l’occhio che guarda che è nel medesimo punto di osservazione del vuoto, nel punto esatto in cui la tragedia si compie.
L’occhio della macchina è la Morte che guarda: l’abisso. E tutti corrono verso.

Il libro. Una storia che non accade mai. Pagina dopo pagina; la luce che solo il Sud conosce: bianca, accecante. Si suda leggendo il libro. Ci si impolvera molto. E si chiudono anche gli occhi. Nel libro, la scrittura – lo stile – non impiglia in modo particolare; per paradosso è proprio questa storia immobile, questa non storia, invece, che incatena. La sfida messa in scena è qualcosa che ha a che fare con la Necessità, la bellezza del Fato davanti al quale ogni fatto perde significato.

Nel film si suda di meno ma le maschere-corpi esasperano la scena. E tutto diventa più preciso, più materia. L’obesità, la sciatteria esibita, la malformazione del piede di Lei – che o è segno del diavolo o di dio: quel dio-capro che segna ogni sacrificio ma anche ogni visione dell’Altrove – , la morte-radiografia del volto, il timbro della voce in parole-suono come solo un Oracolo: è il trionfo della materia millenaria con cui l’umanità cerca di raccontare la sua Storia.

Essere un’isola del Mediterraneo segna l’anima. Sono stati i greci a inventare il western? o è stato il western a non poter dimenticare lo spazio greco della sfida? Ora capisco perché mio padre, da piccola, mi portava al Drive in di Ostia a vedere tanti film western: era una lezione di archeomitologia.

Ma che per la prima volta questo spazio di sfida sia abitato da donne sembra passi inosservato alla Critica ma non è un accidente, nossignori, è qui la sostanza delle cose di genere. (Le Donne cantano. Le Donne parlano una lingua straniera. Le Donne sono mute. Ma se sono assorbite nella Polis… manipolano cibo e bambini, e se urlano è perché nella loro Voce abita il lutto. Gli Uomini giocano un’eterna finzione).

La Vecchia-cane, invece, è signora dei cani e dei morti. La Donna sfidata e sfidante ama una donna dalla pelle tatuata che trasforma tutto in di-segni.
Il profilo aquilino del naso materno – nel doppio ritratto – è un debito pesante che una filastrocca, forse, potrà lenire non perché è ricordo d’infanzia ma perché “accade prima” della civilizzazione, accade “prima” del coro greco, “prima” di ogni teatralizzazione. In quel “prima” in cui morti e vivi comunicano.

Di Lei, l’Altra, ogni immagine-specchio antico e moderno: l’Espulsa che vince, la Reietta che resta indomata. Ma “loro” lo capiscono?

La Polis è ovunque perché è alla Polis che sempre si ritorna. E non è un tornare indietro. Non si può. È morire prima di cadere nel vuoto.
Cata e strephein= “girare in basso”: la catastrofe è un cadere.
Che permette la catarsi: che, anticamente, prima che fosse parte di un meccanismo di narrazione era una cerimonia di purificazione.

Quando l’anima è pulita (senza polvere, senza più urina nelle viscere) si torna a casa. Anche se l’appartenenza non è amore – qualcuno lo ha già detto – ma resta l’unica forma con cui possiamo credere all’amore. È una forma “antica”: animale.

C’è sempre un diverso che ci comprende (forse): la vecchia e il ragazzo. Ma anche la Donna e la sua imago di bambina che andava in quella strada – che era “sua” –  a contare, quando era arrabbiata, anche se non c’era nulla da contare

Ed è qui – l’unico punto in cui libro e film fanno un tuono dentro – che mi ricordo di tutte le volte che io, bambina, passavo il tempo a contare ossessivamente qualcosa: i riquadri della carta da parati, le mattonelle in corridoio… contavo, arrabbiata, addolorata, impotente, perché mi mancavano – e non lo sapevo ancora – le parole.

via Castellana Bandiera

via Castellana Bandiera

Catarsi: il punto in cui nella sfida riconosci te stessa. Vedi te stessa.
Guardami: solo così esisto. E non abbassare mai gli occhi (ti prego: se tu resisti, io esisto).
Ma quand’è che guardare diventa finalmente anche pietà?

La vecchia che guarda il ragazzo che dorme, l’amante coricata affianco nella macchina, occhi negli occhi.
Anche la parola identità, nella sua etimologia, ha a che fare con il verbo vedere.
Perché per esistere davvero bisogna vedersi (ed essere visti).

Chi è in grado di pensare che le storie, se sono Vere, mai accadono e che il Senso sia qualcosa di dato da sempre ha davanti il futuro perché restituisce un corpo alla Necessità.

Non ci sono mezzi discorsi o parole buttate all’aria che tengano il mondo. È il silenzio che contiene tutto il possibile, anche le parole che mai nessuno dirà. Ti dirà.
Devi trovarle. O farti trovare. Al posto giusto. Al momento giusto.

Chi di noi è davvero all’altezza di questo ascolto?
L’eticità, allora, è una transenna tolta al momento giusto perché il Fato diventi fatto.
La vita è già finita prima della sua fine. Ma comincia anche dopo il suo inizio.

Lei rimette in ordine il letto e quando finalmente si corica è certa di essere utile per sempre a chi resterà.
Io, invece, mi danno per sentirmi dentro un’oncia di questa utilità. E con me la Polis che mi porto dentro.

E di questa sfida, interiore ed esterna, Emma ha toccato il fondo – e il cuore – : la mia necessità di Donna di nominare il mondo.

Via Castellana Bandiera (film e libro)  di Emma Dante.

Il libro, Rizzoli

Il libro, Rizzoli

The Second Life

Io ho da fare, ora.

Devo chiudere “casa”: impacchettare i libri, comunicare il decesso, ragionare con gli autori/autrici, far fare perizie, contattare le catene Remainders e tutti i soggetti che governano le seconde vite dei libri. Già. Il lutto è un rito che trattiene il morto tra i vivi, ancora un poco.

Anche i morti danno da fare.

Il ciclo di vita di un libro è scandito in 4 tempi: la nascita (con tutta la fase preparatoria, la più emozionante), la crescita-sviluppo (quella che direi la più difficile), la morte (la resa che fa rinunciare all’accanimento), la trasformazione.

Basta non farsi prendere dall’ansia, basta non avere paura ad abitare il lutto.

Basta pensare, e immaginare. The Second Life: la via della morte conduce alla risurrezione.

Un fare sciolto dal destino di diventare un “fatto”, paradossalmente, abita l’assoluto. Nel senso che tutto è possibile. Cose leggere. Senza peso.

Molte cose aeree – come le nuvole, le parole dette o le farfalle – sembrano imperfette: le nuvole cambiano forma continuamente; le parole dette sono difficili da afferrare; e le farfalle? le farfalle ci hanno messo una vita da bruco per durare poi, in quella bellezza, un niente.

Aereo non significa inutile: sarebbe come dire che il vuoto non è una forma. Ogni leggerezza è un’arte difficile perché richiede un’educazione al non attaccamento e, poi, la disponibilità stessa a vivere sulla “soglia” dove non si sa mai se chi entra poi resti.

Si può fare Editoria in tanti modi.

Penso al “Paradosso di Ipazia” – come lo racconta Luca Ferrieri in “La lettura spiegata a chi non legge“: grande lettrice Ipazia, di quelle che leggono tutto e vanno in giro a dire questo tutto a tutti; Ipazia la filosofa o la scienziata morta per mano di un Lettore (carica ecclesiastica) probabilmente solo per invidia del mandante che Lettore non era ma che divenne Dottore della Chiesa o qualcosa di simile.

La Storia ci ricorda che spesso chi ha paura dei libri ha paura anche delle persone. E a pensarci bene è più pericoloso chi legge perché chi scrive lo puoi interdire, bloccare, farlo smettere ma un lettore che ha nella sua memoria tutto quello che ha letto: non un solo libro, non un solo autore ma una miriade di parole e di storie, di mari e di praterie, di violenze e dolcezze come lo fermi davvero?

Ma se poi ci sono Lettori – quelli con L maiuscola: i colti, gli intellettuali, i guardiani del Sapere – che uccidono i libri, li silenziano, li sbranano… i non lettori, che hanno tutto il diritto e la libertà di restare tali, sono davvero innocenti o solo ignavi?

E i libri alla fine per chi esistono se resistono? Ma quando io pubblicavo a chi avevo pensato dovesse arrivare il libro?

Non posso rinunciare al ruolo di contestazione che mi ero scelta; il posto da occupare, il punto di vista: il Pensiero delle donne sul Mondo, l’esordiente con talento; lo strumento per comprendere meglio la lettura, la poesia… come musica della mente.

Possono cambiare i modi, non il senso.

A vederla ora l’editoria mi sembra lastricata di violenza. Il valore di un libro dovrebbe crescere nel tempo e avere tutto il tempo del mondo per essere valutato; la scrittura è un investimento: il qui che si lancia in avanti verso quello che sarà, perché c’è un tempo per ogni libro in cui non sarà più sostenuto e forse ingabbiato né da autori né da editori e resterà da solo nelle mani di un lettore, magari tra un mese o in un altro millennio. E se quel libro incontrerà il suo lettore, chissà quante cose avranno da dirsi.

I libri, le cose scritte, solide e pesanti, se hanno sostituito la leggerezza aerea delle parole dette è perché sognavano di restare più a lungo. E allora che senso ha un’editoria che miete vittime continuamente: che mette al mondo libri immediatamente sostituibili con altri senza che nessuno abbia mai il tempo di maturare, di farsi incontrare, di essere il sogno di qualcuno.

Eppure questa editoria iperproduttiva e cannibalesca sa benissimo che i libri hanno, tutti, una seconda vita, anzi molte forme in quella. Perché anche se li elimini, li ostracizzi dal catalogo, non li pubblichi più e li sostituisci a ritmo vertiginoso, i libri ingaggiano un corpo a corpo con la morte, e vincono. Sono loro gli unici morti che ritornano. Gli unici che hanno aperto il varco. E i lettori veri (qualcuno anche tra quelli con la L) lo sanno. Per questo non smettono mai di cercarli.

Perché essere un libro è una responsabilità– di quelle che servono, che creano un legame di necessità tra le persone e il mondo – un libro è fatto anche di tutti i libri mai scritti, dei discorsi assassinati e mai scoperti, delle verità plurali sostituite dalla finzione monoteista.

E allora si deve e si può fare editoria in altri modi.

Fare della seconda vita di un libro un Grande Evento di resurrezione non una svendita, non una perdita, non un disvalore. È una casa editrice che chiude, il libro invece continua…

Esiste una seconda vita, fatta di strade intermedie: quella del metà prezzo, delle catene di Remainders (compravo lì tutti i miei libri da bambina) o delle bancarelle per strada o nelle Fiere (dove continuo a trovare incredibili tesori). Sono questi i luoghi in cui il libro esprime la sua anima democratica e la bellezza convive con la bruttura, il raro con il copioso senza più concorrenza.

Non conta più il prezzo di copertina, fa parte della vita di ieri: il costo del lavoro, l’attesa dell’autore, il guadagno sperato; ora è “senza casa” , un’entità leggera. Dammi un euro e portati via un Hoepli o un’Urania o un Treves. Il valore è dentro, nelle parole.

Esiste una seconda vita: quella del dono assoluto, della gratuità che non crea debiti. Diventare un piccolo fondo in tutte le biblioteche, trasformarsi finalmente in cosa pubblica, in un bene comune.

E poi c’è un’altra vita ancora in cui la trasformazione inganna davvero la morte: il libro perde peso e guadagna l’immaterialità. La chiamano e-book la strada della resurrezione.

Non c’è il macero in fondo alla strada, cari autori e autrici di questa ex casa editrice.

Questa è una vecchia idea imposta dai contratti di edizione – quelli standard delle editorie normali, come sperava di essere la mia – un’impostura inventata da un’economia fondata sullo spreco che finge nello smaltimento di essere quello che non è mai stata: l’ecologia non crea rifiuti ma riusi, è una nuova visione della ri-produzione non del consumo. È dalla parte di un concetto nuovo della ricchezza.

Il macero è una pessima invenzione economica pensata da chi non sa cosa contengano i libri. O lo sa e non gliene importa. O lo sa, e alla fin fine… li teme sul serio. Per questo li tratta come merci soggette a scadenza.

Qui l’inverno è diventata la stagione dominante, e i granai, Marguerite, scarseggiano…

Si può fare Editoria in tanti modi. Anche non pubblicando libri ma lasciando che tutto quello che sta intorno a un libro venga fuori: le indagini, i discorsi mai detti, le storie assassinate…  molto è stato seppellito, e qualche cartello segnaletico potrebbe indicare almeno il luogo.

Perché se i libri sono tanti sono tanti anche i non libri. E nessuno, a priori, sa se i vivi siano davvero di più o meglio dei morti. Strana cosa la bibliodiversità se la prendi sul serio.

(Sempre che non sia stato tutto come per Ipazia, di cui appunto, dicono che non sia rimasto niente ma sarà poi vero? Mi sa che dopo, chiuso tutto, mi metto a fare l’archeologa).

Non tutti i pensieri hanno libri e non tutti i libri, forse, hanno pensieri.

Ma se io semino vento, produrrò tempesta?

5b(Roma)

Cancelli chiusi

In qualche isola web, esiste ancora la mia dichiarazione di felicità quando al cadere del cinquantesimo anno del mio tempo di vita decisi di fondare una casa editrice per realizzare un sogno intorno al quale avevo camminato in tanti modi senza osare entrarvi: un giardino dai cancelli chiusi. Li ho aperti fidandomi del mio fiuto: io annuso la scrittura; la riconosco in ogni angolo della vita: dove si nasconde, dove ancora non sa cosa potrà diventare.

Io amo il processo stesso del pensiero che immagina e mi è stato naturale salire sulle spalle degli autori che ho incontrato non avendo mai paura a dire no a chi autore credeva di esserlo per poca autoconsapevolezza o per narcisismo mai educato. O perché in questo “mondo” scrivere è diventato un esercizio di falsa democrazia e uno dei tanti vestiti da indossare per sentirsi qualcuno.

Mi sono fatta dei nemici? Non credo, quando ho potuto ho sempre raccontato le ragioni del mio no, e dire no è una scelta personale. Non la negazione di una persona.

Iniziavo l’avventura nel peggior modo possibile: proponevo una casa editrice sconosciuta che editava libri al 99% scritti da donne esordienti (per dare voce al pensiero femminile sul Mondo – scrivevo in Home) rivendicando così un doppio diritto di cittadinanza.

Quando ho cofondato, nemmeno un anno dopo, Donne di carta, sapevo che solo una cordata di competenze, una rete tra i nodi della filiera editoriale mi avrebbe potuto salvare dalle leggi di un mercato che si dimostravano spietate perché equiparavano il libro a un bene commerciale tradendo (spesso) il suo valore culturale. Sapevo che bisognava lottare contro non i grossi competitors (Mondadori, Feltrinelli) ma con quel sottobosco di editorie a pagamento che inflazionano la qualità, sommergono le librerie, confondono i lettori, aumentano la fila dei narcisi: la calata dei “brutti”, insomma.

Donne di carta doveva essere la rete di sostegno per stringere alleanze tra editorie minuscole, librerie indipendenti e autori esordienti che dovevano emergere per talento e non per i “talenti” da versare.

Non ha funzionato. L’associazione ha scoperto la sua forza – e il suo cuore – nel potere dei lettori e delle lettrici e la bibliodiversità perseguita è diventata un timbro della loro voce di persone libro, il segno distintivo di eventi culturali creati spesso con soggetti che con l’editoria non avevano sempre molto da spartire perché la stessa “promozione della lettura” si è trasformata in una dimensione così vasta che un libro, alla fine, è davvero una piccola possibilità di esistenza nell’immensità delle cose da leggere.

Un corso naturale. Splendido. Necessario. Più vero del progetto immaginato.

Ma io avevo/ho degli autori (sì anche scritture di uomo) e delle autrici sui quali avevo scommesso e che mi avevano affidato la loro esistenza; e non era sufficiente, non era abbastanza esistere nella memoria o nella voce itinerante delle persone libro se poi nessuno recensiva i libri o se era difficile trovarli in qualche luogo fisico per acquistarli. La vendita online, almeno nel mio “caso”, è stata una presa in giro così come l’unico distributore a cui mi sono rivolta e che per dirla elegantemente non ho mai saputo dove li distribuisse.

Eppure c’erano le lodi di chi fa il mestiere del critico/recensore ma spesso i testi non erano più freschi di stampa e un libro è una merce che ha scadenza in un mercato che rincorre le novità. E se non c’è una strategia di promozione e di pubblicità aggressiva e continuativa, se non conosci le persone “giuste” a cui inviarli, i librai non possono perdere tempo a consigliare i lettori e non rischiano di tenere i libri più di tanto: i libri hanno smesso di essere sempreverdi e tornano, come rese, al mittente.

Non c’è epica in questa resa: solo un finale tragico. Spesso anche per le librerie, che hanno chiuso.

Alcuni di questi libri sono, miracolosamente, negli scaffali di qualche lettore e lettrice che ho incontrato di persona a tutte le fiere (tante) che in questi anni ho sopportato o negli scaffali di qualche libraio che li ha letti davvero e “conservati” o nel catalogo di alcune biblioteche e tutti, dico tutti, sono nella memoria commovente delle persone libro.

Ma non è abbastanza, non è sufficiente per chi, come autore o come autrice, vuole esistere con me per la sua scrittura. Il destino di un libro è il lettore. E io non l’ho raggiunto.

 Il Caso e il Vento richiude i cancelli di quel giardino. Per onestà: non credo di migliorare invecchiando.

Nella vita dei “miei” libri non ci sarà il macero. Tornano ognuno in mano a chi li ha scritti, liberi di trovare strade diverse. Magari tentando di perdere peso diventando di pixel e di byte. Magari trovando un editore più capace (ce ne sono). Insomma, tornando “nuovi” perché questo è un mondo dedicato alla falsa giovinezza.

Non ha importanza: i sogni lasciati liberi non muoiono, si trasformano.

Grazie a chi nella propria casa ha un libro de Il Caso e il Vento.

Grazie a chi ha scritto “sotto” questo logo: grazie a Maria Barone la cui storia siciliana ha una polvere di parole che qualcuno scoprirà, prima o poi, contenere oro; grazie a Paola Ducci il cui stile visionario merita risonanze internazionali; grazie a Dario Amadei le cui fiabe regalano il sapore di un’infanzia che dura per sempre; grazie a Dario Fani il cui femminile ha una grazia da invidiare; grazie a Nicoletta Montemaggiori, Rossana Carturan, Angelo Tozzi e Anna Trapani che hanno saputo costruire una trama di voci originali e spietate come è la scrittura che non ammette compromessi; grazie a Olga Campofreda e a Marco Della Gatta che sanno comporre partiture di grande stile; grazie a Giuseppina Pieragostini che con la sua Sepolta ha iniziato un lungo percorso nella Letteratura; grazie a Irene Iorno che  ha restituito alla scrittura il senso etico della vita; grazie alle voci di Grazia Frisina e di Marina Presciutti la cui originalità poetica spezzerà il silenzio; grazie a Antonella Fortunati e a Marta Bentham per la bellezza oracolare dei “loro” tarocchi; grazie a Tina Pace che ha inaugurato la sua troppo breve vita di donna e di narratrice scandendo proprio i miei inizi; grazie a Donne di carta che mi ha affidato il compito di essere testimonianza del viaggio iniziatico delle persone libro e di quel Manifesto dei diritti della lettura che condurremo come associazione nel suo porto finale.

Grazie a tutti voi perché il vostro coraggio ha spinto anche me a uscire allo scoperto come autrice e, oggi, ho meno paura di dirlo.

Grazie a Gianna Petrucci e a Emilia Marzocchi che hanno dato veste e corpo a tutti i libri. Mi hanno regalato l’emozione che credo provi ogni levatrice.

Grazie a Ginevra Bentivoglio che spesso li ha difesi e promossi meglio di me e che mi ha restituito dopo 30 anni il mio sogno di poeta.

Grazie a Guido, il Libraio di Milano e a Stefania Molajoni, la Libraia di Roma: per me sono gli unici che meritano per sempre questo titolo.

Grazie a Roberta Buc perché con lei hanno… viaggiato. E grazie alla Tipografia Basagni di Arezzo che ha scommesso con me sulla bellezza della carta ecologica.

Grazie a chi li ha amati. Perché l’amore (forse) è l’unica “resa” che vale la pena vivere.

Sandra Giuliani (ex-editora)

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Storie all’orizzonte

FESTIVAL LIBRI ALL’ORIZZONTE – I EDIZIONE – SPOLETO

2 settembre ore 14:30-16:30 

(Salone d’onore – Rocca Albornoziana) 

AMORE E PSICHE: il punto di vista delle donne…

Incontro per una discussione sulla realtà attuale delle donne

Ospiti:

 Carolina Cutolo (scrittrice, musicista e cantante; autrice di Romanticidio, Fandango Libri), Veronica Tomassini (scrittrice, autrice di Sangue di cane, Laurana Editore), Sandra Giuliani (editore di Il Caso e il Vento, presidente dell’Associazione Donne di Carta), Maura Vitale (psicologa, psicoterapeuta, autrice di Donne che non valgono niente, Sovera Edizioni), Elisabetta Comastri (autrice di Tutte le donne che ho dentro, Albus Edizioni), Gianna Marrone (professore associato di Letteratura per l’infanzia presso la facoltà di Scienze della formazione dell’Università Roma Tre, autrice di Il principe azzurro, ma proprio azzurro, Lavieri Edizioni)

Moderatore:

 Massimiliano Griner (Storico)

http://www.libriallorizzonte.com/programma.asp

Scrivere non è un’attività che, seppur praticata, consegna naturalmente lo status di scrittore.  Non c’è natura naturale nello scrivere ma arte : vocazione unita a disciplina, allenamento costante del talento, immaginazione e tecnica.

Lo scrittore è un atleta leale: devoto alla fatica.  Ogni libro è una gara con se stesso/a in cui dà il meglio che può e non si accontenta. Ha un cronometro interno feroce: superare il proprio tempo per consegnarsi al Tempo di tutti. Quelli di oggi e quelli di domani. Il sogno di durare il più a lungo possibile.

Una visione che non so quanto appartenga oggi a chi scrive; non so con quanta consapevolezza oggi vivano il territorio della Letteratura i diversi viandanti che l’attraversano. Mi sembra che siano sempre di meno quelli che prenderanno dimora.

Essere un’editora tra scrittrici è cosa scomoda: chi scrive vede l’editore come colui/colei che farà di un’idea materia, materia vendibile. Pagine di carta, copertina con foto, soprattutto quantità diffusa di copie. E diritti d’Autore. La fabbrica dei narcisismi.

Essere una micro-editora e una persona libro è ancora più scomodo perché io sarò in questa tavola rotonda la doppia voce del Lettore. Anzi, della Lettrice.

Sarò la lettrice che valuta se una scrittura ha diritto di diventare un libro. Il diritto alla bellezza e all’utilità. Perché di libri se ne stampano troppi. Di libri che servono alla vita e alla Letteratura ce ne sono pochi. E questi ultimi non sono stampe (copie) ma scritture in continuo divenire: lette e rilette, corrette, migliorate. L’allenamento continuo che fa di una prestazione la migliore uscita possibile.

Sarò la lettrice che sceglie quel libro tra tanti perché qualcosa nelle parole scritte risuona dentro, cattura, si fa eco. E crea la doppia natura di un tempo dedicato: quello semplice della lettura per se stessi, quello complesso dell’imparare a memoria proprio quelle parole per condividerle, dopo, con altri.

Ci sono pagine dei libri che ho pubblicato come editora che so a memoria come persona libro. Ci ho creduto. Ho aiutato quelle parole ad emergere. Le tutelo con una copertina e con la mia voce.

Ci sono pagine di altri libri che amo al punto che avrei voluto pubblicarli  io e che allora imparo a memoria e dico affinché la bellezza vada in circolo. Perché la bellezza non ha proprietari.

Cosa mai potrà dire questa editora-lettrice su Amore e Psiche dal punto di vista femminile?

Se non che in questa storia suggestiva di metamorfosi l’unica uscita che vale è il figlio, anzi la figlia, frutto di quello strano, a tratti disperato, legame: la voluttà o in termini più moderni, il piacere.

Barthes, che era da critico semiologo un grande raffinato lettore, lo avrebbe definito il “godimento“. E non c’è nulla che possa rassicurare i “genitori” perché il godimento è un figlio ribelle. Nulla assicura – dice Barthes- che il godimento di chi scrive sarà lo stesso di chi leggerà.

In questo spazio, anzi, in questa “zona della voluttà possibile”  abita una scommessa a cui solo la Creatività (Psiche) e la Passione (Eros) potranno cercare di dare una risposta. E sarà ogni volta variabile e imperfetta, infedele e rassicurante, sottoposta a prove difficili per fare della scrittura una “lettura” del proprio tempo  e disegnare nel contempo  la domanda possibile di un futuro.

Dal punto di vista femminile, l’immortalità è sognare di avere potere. Il potere della creazione che è sempre ricreazione. Di se stessi/e e del mondo. La risata leggera della divinità.

E’ qui che torna prepotente la bellezza dell’onnipotenza delle bambine che la società educa fin dagli inizi al limite della convenienza e che la scrittura restituisce alla libertà sconveniente dell’immaginazione.

Le donne, prima ancora di essere scrittrici, sono state da sempre grandi lettrici. E raccontare questa storia della Lettura riequilibrerebbe i domini. Anche quelli del piacere. O dell’amore.

Grazie al Festival che mi consente di essere presente anche con i miei libri dal 31 agosto al 2 settembre. Un’occasione per conoscerli di persona.