Ricomincio da qui

Ti dimentichi forse che son donna? Quando penso devo parlare (Rosalinda, atto III scena I, Shakespeare)

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Leggere è un vizio o un’abitudine. Esattamente come pensare.

Hanno in comune, se presi sul serio, il fatto di cercare. Non qualcosa né qualcuno.

Cercare come verbo intransitivo. Come tensione necessaria. Un po’ come accade alle farfalle. Ventiquattr’ore spese tra i fiori.

Il mio tema natale non disegna grandi avventure ma mi concede poco tempo in molto spazio. Quel poco è inconsolabile: una sorta di paura interna da quando sono venuta al mondo. Quel molto è quanto riscopro se resto ferma davanti al mare o a una quercia secolare: l’immensità delle cose, una grazia.

In tutto ciò che è commovente io non so restare, perché non abito la durata; sono sempre di passaggio.

Il bivio. La svolta. Ricomincio. Ho poco tempo.

Ora non so se questo che verrà sarà un viaggio ma disegnarlo è già partire.

Torno a fare quello che sapevo fare: una volta si chiamavano reti semantiche quando l’orizzonte della ricerca scientifica era l’Intelligenza artificiale. L’illusione di avere un robot per amico e di chiamarlo Isaac, la sera, scambiandoci quattro chiacchiere.

Oggi si chiamano ontologie, termine decisamente più filosofico per orizzonti più ristretti: l’industria, il mercato,  ma con l’illusione di conquistare lo spazio, quello virtualmente immenso, che chiamano web2.0.

Open Space.  Non è propriamente un vuoto.  L’aperto non rimanda al vuoto come assenza di… ma lo presuppone perché altrimenti non sarebbe possibile immaginare traiettorie. Su una superficie i puntini sparsi esistono perché tra l’uno e l’altro c’è lo spazio: il gioco è disegnare linee tra i puntini in modo che formino alla fine un disegno preciso.

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Era un gioco della Settimana Enigmistica: un passatempo infantile. Bisogna essere un po’ ossessivi per unire quei puntini – quindi “dentro” le linee – : e un po’ estranei per poterne stare fuori e intuire la forma che compongono e anticiparla senza ricorrere più alla sequenza preordinata dei numeri. Ottusità e intuizione: le qualità necessarie.

Nelle ontologie i puntini sono Nomi che corrispondono a cose che esistono là fuori. Fuori del web2.0: cose reali che quei nomi rappresentano ma anche concetti, quindi prodotti del pensiero, che là fuori non esistono eppure sono sensati. Permettono di intuire le linee che uniranno i Nomi-puntini.

Dare Nomi è come attribuire dei pesi alle cose come se altrimenti potessero fuggire via. Per questo servono le reti.

I pescatori sono esperti nel definire le maglie (grandezza e tessitura) in modo che alcune cose sfuggano dalla presa mentre altre restino impigliate. Non sempre il gioco riesce: a volte le reti pescano pesci, alghe ma anche bottiglie perché la vastità dell’Oceano implica la varietà, e non tutto è originario dell’Oceano. Ci sono molte cose buttate lì per distrazione, noncuranza, ignoranza, e anche dolo. Succede così nel web2.0.

Fare reti aiuta a pescare ciò che serve ma, volendo, anche a ripescare ciò che non dovrebbe essere lì. Un modo per ripulire il… mare.

Mi piace ontologizzare il mondo, qualunque esso sia; appartengo a una razza rinascimentale: quella che inventava (da invenio: trovare) le corrispondenze.

Di questo mondo così interconnesso, dove esistono concetti, proprietà e relazioni che rappresentano in modo formale i legami che descrivono e uniscono le cose del mondo reale e le cose del mondo pensato, di questo mondo – dicevo – si racconta poco o niente come se facesse parte di un segreto per iniziati, di una trama clandestina.

Tutti noi, abitanti del virtuale, usufruiamo inconsapevolmente di questo lavoro sotterraneo, usando google per esempio, che “pesca” in un mare di nomi quelli che ci servono eppure non sappiamo nulla di come funzioni questo gioco enigmistico e nemmeno ci preoccupiamo del fatto che anche le nostre stesse esistenze potrebbero entrare in quella rete ed essere catalogate, semantizzate, trasformate in Nomi-puntini collegati ad altri. Noi ci illudiamo di creare il nostro avatar ma nella realtà del web2.0 siamo noi gli avatar.

L’oscillazione del pendolo va da Asimov a Orwell, e viceversa. La fantascienza è cronaca.

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Non sono abituata a costruire qualcosa senza raccontare come.  Ho sempre pensato che come nascano le cose sia una conoscenza da condividere, un bene comune.

L’ontologia è un universo linguistico, un modo sensato di pensare il mondo e saperne di più, forse, ci abituerebbe a pensare, tutti, che nulla è mai fuori posto perché ogni cosa rimanda a un’altra

ci sono piu’ cose in cielo e in terra,di quante
se ne sognino i nostri sistemi filosofici

 Amleto aveva ragione – e questo è un bene, a volte commovente, ma dietro il bisogno di nomenclature e di corrispondenze alberga anche un ossessivo desiderio di controllo – e questo potrebbe rivelarsi pericoloso se il controllo non è il Senso che vogliamo dare noi al mondo.

Non serve immaginare un robot che violi le leggi della robotica per sentirsi minacciati da ciò che creiamo.

Ecco come è nata  l’esigenza di usare questo Blog per raccontare cosa faccio perché altrimenti finirà dietro qualche software intelligente o dentro qualche piattaforma sofisticata che darà i risultati che ci serviranno per sentirci a nostro agio dentro questo mondo virtuale ma la sua costruzione resterà nascosta e ancora una volta la logica del prodotto vincerà sulla bellezza della produzione.

Non posso, non posso rinunciare a raccontare la bellezza dovunque sia.

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Questione di tema natale, dicevo: poco tempo in tanto spazio. Questa cosa può voler dire anche urgenza di tante vite. Strade parallele.

Appena chiuso il portone della casa editrice, mi arriva l’invito a salire sul carro di una nuova: la Kogoi edizioni. E’ il cognome di una donna, l’ideatrice.

Dice che la sua  mission è:

“Stimolare la curiosità culturale, perché siano molti quelli che seggono alla mensa dove si mangia il pane degli angeli.”

Oh oh oh. Non è una cosa banale citare il Convivio di Dante in questo tempo minore. Che faccio: salgo o non salgo? Ma soprattutto come?

La mia carta dei tarocchi (gli arcani maggiori) è lo zero. Il matto. L’ Arlecchino. Il tutto e il niente. Ovvio: salgo. Strade parallele.

Anche questa scelta è una semantica: una rete che collega gli aspetti sparsi della mia vita: le esperienze, i fatti, le occasioni.

Posso fare ancora una cosa nell’editoria: cercare negli scaffali dei dimenticati, degli introvabili, dei sepolti i libri che non hanno mai smesso di dire qualcosa perché poco importanti, anzi:  hanno perso o non  è stata data loro l’occasione di incrociare il lettore giusto. Anche perché qualcuno non ha voluto che arrivassero a destinazione.

C’è un mondo intero di libri che non si leggono per ragioni estranee alla loro qualità e densità e c’è un mondo intero di libri che danno o hanno dato fastidio perché inducevano a pensare in modo diverso creando uno scarto mal gestibile o uscendo dai canoni permessi, da quell’ordine che un’epoca, una cultura, un gusto volevano o vogliono unica a reggere il mondo.

Che stupidità immaginare un mondo “unico”; se così fosse non potrei costruire ontologie.

Che cosa c’è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa,
anche chiamata con un’altra parola avrebbe lo stesso
odore soave.  (Romeo e Giulietta, Shakespeare)

Qualcosa mi suggerisce che le strade parallele siano solo apparentemente diverse… ma è il trucco del verbo “cercare”. E’ intransitivo.

E  questa intransitività ho voglia di raccontare.

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7 commenti su “Ricomincio da qui

  1. “A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose l’uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.

    Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una donna nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti.
    Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemelle vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all’altra e disegnano frecce, stelle, triangoli, finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio di piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone.

    Cosí tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi. Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la piú casta delle città.
    Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe”

    Le città invisibili – Calvino

    • “Un uomo viveva in una casupola tonda con una finestra tonda e un giardinetto a triangolo. Non lontano da quella casupola c’era uno stagno pieno di pesci. Una notte l’uomo fu svegliato da un rumore tremendo ed uscì di casa per vedere cosa fosse accaduto. E nel buoi si diresse subito verso lo stagno. A questo punto il narratore cominciava a disegnare la pianta delle strade percorse dall’uomo come si fa quando si indicano con carta gli spostamenti di un esercito. prima l’uomo corse verso sud, ma inciampò in un gran pietrone nel bel mezzo di una strada; poi, dopo pochi passi, cadde in un fosso; si levò, cadde in un altro fosso, si levò, cadde in un terzo fosso e per la terza volta si rimise in piedi. Allora capì di essersi sbagliato e rifece di corsa la strada verso nord. Ma ecco che gli parve di nuovo di sentire il rumore a sud e si buttò a correre in quella direzione. Prima inciampò in un gran pietrone nel bel mezzo della strada, po, dopo pochi passi, cadde in un fosso, si levò, cadde in un altro fosso, si levò, cadde in un terzo fosso e per la terza volta si rimise in piedi. Il rumore, ora lo avvertiva distintamente, proveniva dall’argine dello stagno. Si precipitò e vide che avevano fatto un grande buco, da cui usciva tutta l’acqua insieme con i pesci. Si mise subito al lavoro per tappare la falla, e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto. La mattina di poi affacciandosi alla finestrella tonda… che vide? Una cicogna!” (La mia Africa, Karen Blixen). I libri ri-chiamano altri libri.

  2. A proposito di strade…

    “Maria invece, nelle poche ore libere che le rimanevano, usciva sola per
    le strade ogni volta che poteva, cauta ma curiosa della grande città. La signora Gentili le aveva raccontato la strana storia delle vie squadrate di Torino, che pareva fossero state disegnate in anticipo rispetto ai luoghi in cui avrebbero dovuto condurre; l’idea che i torinesi avessero prima di tutto deciso il viaggio, e solo in un secondo momento si fossero dati da fare per costruire come meta le case, le piazze e i palazzi, le sembrava talmente illogica che nelle prime lettere alle sorelle Maria continuava a raccontarla come se fosse una divertente novità. Quell’ordine millimetrico la urtava nel buon senso, convinta che per le strade il modo giusto di nascere potesse essere solo quello di Soreni, le cui vie erano emerse dalle case stesse come scarti sartoriali, ritagli, scampoli sbilenchi, ricavate una per una dagli spazi casualmente sopravvissuti al sorgere irregolare delle abitazioni, che si tenevano in piedi l’una all’altra come vecchi ubriachi dopo la festa del patrono.”

    Accabadora – Michela Murgia

  3. « Da queste premesse incontrovertibili dedusse che la Biblioteca è totale, e che i suoi scaffali registrano tutte le possibili combinazioni dei venticinque simboli ortografici (numero, anche se vastissimo, non infinito) cioè tutto ciò ch’è dato di esprimere, in tutte le lingue. Tutto: la storia minuziosa dell’avvenire, le autobiografie degli arcangeli, il catalogo fedele della Biblioteca, migliaia e migliaia di cataloghi falsi, la dimostrazione della falsità di questi cataloghi, la dimostrazione della falsità del catalogo autentico, […] la traduzione di ogni libro in tutte le lingue, le interpolazioni di ogni libro in tutti i libri. » (da La Biblioteca di babele in Finzioni di J.L.Borges)

    Meravigliosa questa passeggiata nella Bibliosfera.

  4. “Siamo davvero povere,” ripeté con semplicità, e aggiunse: “La povertà non mi farebbe paura se avessi dei libri: potrei leggere e imparare e poi impiegarmi come istitutrice, è un bel lavoro”.
    “Libri?”
    “Mia madre ha messo in vendita i libri di mio padre che possono trovare un acquirente. Ce n’erano tanti altri, che però lui non aveva denunciato, come prevede la legge di re Francesco I, e quelli devono essere distrutti, altrimenti pagheremo grosse multe. Io ne ho nascosti alcuni nel mio baule, ma pochi. Avrei dovuto prenderne altri. ” Si guardava in giro sconsolata e aggiunse: “Tutti i libri inglesi sono rimasti a casa, da vendere”. Tacque, finalmente conscia della propria impudenza, e cerco di riportare la conversazione al tono salottiero: “Lei dev’essere molto contento, tra poco vedrà l’oggetto del suo amore !”
    – La monaca – Simonetta Agnello Hornby
    Bella questa passeggiata… ma tu hai sicuramente più “viali” di me!

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