Colmi di gratitudine

Torno a parlare della Collana Kogoi degli «ex libris».

Perché i lettori e le lettrici hanno accolto la sfida e la stanno arricchendo.
Nel 2014 sono usciti i “nostri” ex libris su Lessico famigliare e su Madame Bovary per lanciare il guanto e alla fine dell’anno ci hanno risposto Simona Zacchini con La Storia di Elsa Morante (che in un post stralunato su FB ho trasformato freudianamente in Dacia Maraini) e Marco Pisciottani con Moby Dick di Melville.

E ora a dicembre 2015 usciranno Artemisia di Anna Banti a cura di Maria Rosaria Ambrogio e di Jerome K. Jerome Tre uomini in barca (per non parlar del cane) di Vanda Finocchi.
Avrete modo, presto, di assistere a un incantesimo: la scrittura che racconta il libro si mimetizza e ne simula lo stile. Chapeau, mie care lettrici.

In lavorazione per il 2016: La coscienza di Zeno, Frankestein di Mary Shelley e nientepopodimeno che It di Stephen King.
Stiamo aspettando, per parità di promozione, una proposta su un Classico femminile. Fatevi avanti.

Ci speravo. Lo ammetto.

Speravo che nonostante le nostre debolissime forze la Collana ottenesse visibilità e consenso. Perché è utile. È necessario costruire un discorso fatto da chi legge. Non solo per rendere giustizia a tanti libri – i Classici appunto – che nella finzione collettiva di essere famosi rischiano di essere dimenticati nel rito della rilettura o addirittura mai letti da chi pensa, sapendone le trame, di conoscerli davvero. Ma, soprattutto, perchè la promozione vera parte da chi legge.

La lettura è un bene contagioso solo se resta disinteressata, libera, e solo un lettore è degno di creare fiducia in un altro possibile lettore.
Un suggeritore di libri può essere o uno scrittore amato o un operatore culturale stimato ma non è la stessa cosa. Il lettore che ci suggerisce una lettura è uno come noi, alla nostra stessa altezza, non crea soggezione, non ci fa sentire stupidi o ignoranti, e il suo invito a leggere è solo una dichiarazione d’amore coraggiosamente esibita. Un’intimità rivelata. Condivisa.

Attraverso un libro quel lettore conferma a tutti noi che i libri, davvero, accompagnano la vita.

La Storia di Elsa Morante è un libro serio, impegnativo. Mai difficile nella lettura. Appassionante e noioso insieme. Chi lo ama non ammette i difetti. Chi lo stima (come me) lo rilegge tra mille pause. Quando Simona ha cominciato a scriverne è partita da un suo fatto privato: il bombardamento di San Lorenzo. Il nonno poteva essere lì. Suo nonno poteva essere una delle vittime e lei, quindi, non essere mai nata.
Sono rimasta senza parole. Questa ragione non ammette repliche. L’amore per quel libro è un debito nei confronti di chi, senza saperlo ma immaginandolo, ha raccontato vicende che sono vere, private. La letteratura conosce la vita, si pone come vocazione all’universale. Ma la letteratura che conosce la tua vita è una magia.

La foto di quel nonno tra le macerie dall’album di Simona diventa ora parte dell’album di tutti i romani, è una figura narrativa che appartiene a chiunque riprenderà in mano La Storia di Elsa Morante.

Dentro quelle pagine c’è Simona, una lettrice, e suo nonno, sopravvissuto.
È vocazione della letteratura scrivere per i lettori che verranno. Scrivere senza sapere (mai) a chi.
I doni chiamano doni. E Simona scrive a S…, (non rivelerò chi è) così per incoscienza. E quello risponde inviandole un suo scritto, inedito, in francese, in cui traccia un profilo quasi evanescente di Elsa, un profilo privato, e le dà il permesso di inserirlo nell’ex libris. Così per naturalezza tra lettori.

 

LA STORIAA

 

Moby Dick di Melville è un peso sullo stomaco. Bisogna avere il fegato di un lupo di mare per rileggerlo tutto. Non siamo più abituati alle grandi dimensioni e non siamo così preparati a quella mole di informazioni dettagliate sulla vita marinaresca. Aspettiamo per tutto il tempo il grande scontro tra il Capitano e la Balena bianca. Viziati dal film.

Marco parte da una ferita. La sua. Confessa che quel libro l’ha dilaniato. L’ha letto e riletto cercando di placare il dolore, senza nome, che quel modo di raccontare creava in lui: come una zona d’ombra dove si nasconde l’inquietudine di esistere, il male di vivere, la risposta che la vita a interrogarla non dà mai ma ne suscita feroce il desiderio.

E nella confessione lancinante di questa verità singolare diventa una necessità seguire la storia, cercarne i sensi più alti, vedere con gli occhi di Marco almeno il profilo dell’ascia che si è abbattuta su di lui spezzando le certezze. E se come lui stesso racconta nella fantasia di Melville Achab è un’aggiunta successiva fa ancora più rumore la forza del legame che incatena lo stralunato Capitano a Marco, lì su quella tolda, entrambi a interrogare il Mare.

 

MOBY S-8

 

Simona è una lettrice semplice, che ama i personaggi, e li descrive. Uno per uno. Voleva anche raccontare la vita della sua autrice – e gliel’ho negata – e allora accumula in un appello domestico ogni personaggio che ha trasformato, per lei e per noi, in una famiglia del vicinato. Ma sa tutto sui luoghi di Roma che ancora ricordano e testimoniano il passaggio delle pagine di Elsa.

Marco è un lettore abituato a scrivere e a riflettere tramite la scrittura. Oscilla tra il saggio critico e la pensosità dell’uomo messo in crisi da un libro. Si sente lo sforzo di lima, il controllo continuo sul linguaggio. Si espone come animale culturale e ci trascina su registri alti per poi rimettersi alla nostra altezza, semplicemente, con una confessione più privata.

Li abbiamo portati in giro ovunque, Simona e Marco. Lettori improvvisamente messi sulle sedie davanti a un pubblico. Fiuuu
Incontri semplici: in libreria, in biblioteca, nei giardini, nelle fiere all’aperto. In quei luoghi dove la lettura sembra davvero capace di creare e coltivare relazioni, di essere vicino alla gente e non quel misterioso complesso editoriale che le statistiche denunciano in declino.

Simona parla sempre fuori del microfono; bisogna rimetterglielo continuamente sulla linea della voce. Guarda tutti sperando che nessuno le domandi qualcosa. Ma in una video-intervista nella Rubrica “La voce degli scrittori” si è dimenticata di se stessa e ha reso protagonista il suo amore.

 

LaStoria

Simona Zacchini (a Viterbo)

 

Marco quando legge un brano dal suo librino va sempre troppo in fretta, in apnea, quasi temendo di ascoltare le sue parole. Ma se gli pongono una domanda ti accorgi che è un’enciclopedia vivente su Melville.

 

Marco Pisciottani

Marco Pisciottani – (a Viterbo)

 

La Storia di Simona partecipa a una gara indetta dalle Biblioteche di Roma (Biblioring). Pagherei le giurie dei lettori, lo ammetto, per farla arrivare in finale quel 5 dicembre alla Fiera “Più libri più liberi”. Perché sarebbe un premio, un riconoscimento di valore per tutti i lettori.

Ho capito seguendo le scritture di Simona e Marco cosa siano davvero gli «ex libris»: un atto di gratitudine.
E fare l’editor per questa Collana è uno sballo.

 

I Lettori/Autori

Simona Zacchini
Laureata in lingue all’università “La Sapienza” di Roma, lavora nella pubblica amministrazione, ha due grandi passioni che cerca di diffondere intorno a sé: la lettura e la difesa dell’ambiente.

Marco Pisciottani
(1974) Si occupa di comunicazione istituzionale presso una grande azienda italiana. Il suo romanzo d’esordio, Diecimila alberi (Bordeaux Edizioni), si è classificato secondo al Concorso Letterario “Caterina Martinelli” 2013.

 

Interviste sulla Collana e promozioni:

http://www.recensionelibro.it/collana-ex-libris-di-kogoi

http://oubliettemagazine.com/2014/01/14/nasce-ex-libris-lui-e-lei-la-nuova-collana-editoriale-della-casa-editrice-romana-kogoi-edizioni/

http://www.bibliotu.it/news/10626

http://www.estateromana.comune.roma.it/manifestazioni/multidisciplinari/libera_estate_libera_ostia/appuntamenti/presentazione_della_collana_ex_libris

http://heyevent.com/event/bcl2wxjdee4n6a/presentazione-novita-della-collana-ex-libris-edizioni-kogoi

http://www.liberolibro.it/nasce-ex-libris-lui-e-lei-la-nuova-collana-editoriale-della-casa-editrice-romana-kogoi-edizioni/

http://www.mebook.it/events/event/view/14609/a-corviale-la-presentazione-della-collana-ex-libris-di-kogoi-edizioni

 

In vendita sul web:

http://www.kogoiedizioni.it/talismani-exlibris/

http://www.satellitelibri.it/schedaeditore.php?maschera=editori&chiave=00014&pintOperazione=2&tab=

http://www.libreriafernandez.it/libreria/catalogo/collana/Kogoi-sp-Edizioni/Ex-sp-libris

http://www.libreriauniversitaria.it/libri-collana_ex+libris-editore_kogoi+edizioni.htm

e molte altre…

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Ex libris ossia dai, sui, con i libri

Quando ho proposto alla Kogoi edizioni la Collana “Ex libris” pensavo esclusivamente alla necessità, personalissima, di comprendere per quali ragioni alcuni libri resistano al tempo, anzi: per quali ragioni lettori e lettrici di epoche o di generazioni diverse continuino a leggere e ad amare i medesimi libri.
So, come persona libro praticante, che nessun libro è mai lo stesso: cambia secondo i lettori. Lo so dalla timbrica delle voci che dicono le medesime righe di un libro: diventano libri diversi.
Eppure questa esperienza diretta non mi restituisce il senso più ampio della durata.

Certo, a volte, sono libri che passano di generazione in generazione per colpa delle madri – i padri in questo reato hanno rara colpa perché poco si preoccupano dell’educazione dei figli, poco ancora si alzano di notte a cantilenare nenie sfidando l’occhio sgranato del “prodotto” piangente e tenacemente ostinato a vincere. Ma padri che sanno fiabe a memoria esistono per fortuna. Ma se le fiabe, anche se le generazioni cambiano, restano sempre le stesse, non può essere solo colpa della Walt Disney.

A cercare le ragioni sociologiche bisognerebbe ricostruire una storia della lettura, epoca dopo epoca, e in questo nostro Tempo così stratificato e veloce, non basterebbe la suddivisione in generazioni perché tutto corre. Gli imperativi mediatici o le benedizioni della corte letteraria hanno il loro peso eppure, a naso, io sento anche odore di libertà. La libertà propria dei lettori.
Cercarne, allora, le tracce: capire la distanza tra una fama decretata dall’alto e una vittoria reale conquistata dal basso, o sbugiardata o manomessa o straordinariamente condivisa.

Quando ho proposto questa Collana non avevo nemmeno immaginato una distinzione di opere famose, imperiture, scritte da uomini e da donne: è venuta da sé coinvolgendo nell’azzardo Dario Pontuale, un giovane scrittore ma soprattutto un accurato critico letterario.
Lui e Lei: due binari. Per scoprire che anche la fama e la durata sono misogini, che le lacune nella storia letteraria sul versante femminile non sono imputabili alla rarità delle opere ma alla natura sommersa, soffocata della scrittura delle donne e al lungo apprendistato, sconnesso e lacunoso, della loro alfabetizzazione. Quindi, oltre alla fama, anche un’opera di scavo: durata come archeologia.

Libricini, questo è l’intento: una scrittura semplice e di breve durata che racconti non la trama – la sanno tutti! – non l’autore/autrice semmai l’atto di creazione, il dietro le quinte, la fortuna o sfortuna nel tempo, le vicende editoriali, i premi letterari, le invidie e le imitazioni, i tradimenti ma anche,dove fosse possibile, la storia dei lettori. Come i lettori fanno durare un libro.

L’azzardo si concretizza ora nei primi due titoli con la pretesa del pamphlet: non un saggio né una critica ma commenti, non un’analisi ma pareri, non parole su… ma parole tratte da… con il piglio del dialogo.
Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, dalla parte di Lei e Madame Bovary di Gustave Flaubert, dalla parte di Lui.

Collana Ex libris- Lui

Collana Ex libris- Lui

Collana Ex libris - Lei

Collana Ex libris – Lei

Nessuno ci ha imposto le scelte: sono libri famosi. Bovary è un Classico – dicono i critici letterari e Dario conferma. Lessico è soprattutto il Premio Strega del 1963 e le mille traduzioni e per molti anche l’unica opera, letta o non letta, che fa ricordare il nome di Ginzburg.

E sono due approcci completamente differenti: Bovary è la ricostruzione di un processo al personaggio, immorale e depravato, che coinvolse nell’imputazione anche l’autore, e, affianco, la storia di una scrittura durata cinque lunghi anni in un’attività febbrile che sembra davvero consapevole della fama futura o comunque alla sua disperata ricerca. Dario Pontuale è un critico letterario e quindi ha scavato nei testi a lui congeniali cercando nelle lettere di Flaubert alla donna amata, Louise, anche il senso di un’evocazione e personificazione letteraria. Ha scavato e montato commenti e giudizi dell’epoca ricostruendo tutta l’atmosfera dello studio di Flaubert e del mondo intellettuale e borghese di allora.

Lessico è tutto ciò che ruota intorno a un libro, non dentro: è ciò che un libro a volte provoca: l’incontro tra persone. Lo abbiamo composto in tre, tre donne di diversa età da tre punti di vista diversi, inseguendo il libro e ritrovandoci nella città che quel libro racconta attraverso una famiglia i cui attori sono personaggi che appartengono alla storia letteraria e politica dell’Italia. L’Italia antifascista, l’Italia torinese de La Stampa e di Einaudi.
Tre donne per un libro: anzi, tre donne che si incontrano in un libro: Rosalba Durante, Cecilia Martino e la sottoscritta. Motivazioni differenti che si ricompongono in un senso finale, in quel miracolo (catarsi?) che a volte un libro concede ai lettori che lo cercano: qualunque sia la distanza iniziale, foss’anche un rifiuto, c’è sempre la possibilità di un recupero. Di tornare indietro. Di rileggere e di rileggersi.
Per questo i libri salvano la vita.
Sono lì a ricordarci che non scorre né retta né dritta, e che tornare sui propri passi è un’occasione di libertà.

Il cuore della Collana intera: molti libri famosi non hanno mai avuto lettori veri, quelli che aprono i libri, provano a leggerli anche se magari poi li sospendono sfiniti o li leggono fino all’ultima riga solo per impossibilità etica all’abbandono; molti libri famosi sono imposti nelle scuole e aiutano infatti a non scoprire – se non molto tempo dopo e per strade traverse – il piacere della lettura; molti libri famosi fingiamo tutti di averli letti e non lo confessiamo perché siamo bugiardi.

Esistono anche casi in cui il personaggio o il titolo sono decisamente più sempreverdi dell’autore: chi ha scritto Robinson Crusoe? ma anche quanti di noi sanno quali altre opere abbia scritto Collodi oltre Pinocchio?
Come riporta il sito di Kogoi: una volta in una classe, un bambino delle elementari difese strenuamente contro tutti la sua convinzione profonda che a scrivere Pinocchio fosse stato Geppetto…

Librini così non hanno la pretesa del best seller quanto la presunzione, ben più alta, di essere un invito alla lettura dei libri di cui serbano memoria.
Sono le scatole da aprire per sentire il profumo delle pagine scritte altrove.
Sono il senso più bello – e dimenticato – del valore di una citazione che si traduce in un gesto diretto: vieni qui, ora…

Perché se le persone cambiano atteggiamento nei confronti dei libri forse in quell’occasione di rilettura, a distanza di tempo, o in quel leggerli semplicemente per la prima volta c’è tutta la speranza che leggere torni a far parte della nostra vita se non per cambiarla, almeno, accompagnandone più consapevolmente passi e stagioni.

Sito di Kogoi sulla Collana: http://www.kogoiedizioni.com/?page_id=532

Invito a leggere il parere dell’altra indagatrice di Lessicohttp://ilmestieredeldare.blogspot.it/2013/11/libri-natalia-ginzburg-lessico.html

Alla Fiera più libri più liberi, Roma 5-8 dicembre 2013

Il “nuovo” paese di Cuccagna: Amazon

Fiera più libri più liberi, 6 dicembre 2013

Fiera più libri più liberi
Roma 6 dicembre 2013

Per la Roma ancora laica, ogni dicembre c’è un Natale che si rinnova con la medesima ansia da prestazione, l’euforia dei preparativi e poi luci e leccornie ma, soprattutto, gente, tanta, da invitare.
Si chiama Più libri più liberi il Natale di chi legge.
Quando non ero un’editora, la Fiera significava la fila al botteghino ogni giorno perché ogni giorno mi riservavo una visita a stand diversi, un ascolto mirato a diversi interventi, una comoda stazione presso il Caffè letterario.
Quando sono riuscita a entrare, a fatica, e praticamente l’ultimo anno di attività, come editora, tutta questa felicità si è dissolta nei decibel della sala, nell’estenuante conversazione con tutte le persone di passaggio senza acquisti dietro uno stand vanamente addobato come un presepio di cui mi sentivo più pecora che pastore.

Il 6 dicembre del 2013 ci torno nelle vesti recenti di collaboratrice di un’altra avventura editoriale, firmata da un’amica: la Kogoi edizioni. Sarò una delle relatrici di un libro che ho voluto fortemente che Kogoi portasse in Italia: En Amazonie.
L’ho voluto come lettrice.

Io non sono contro Amazon. Di solito, per principio, non sono mai contro niente e contro nessuno.
Lo divento.
Di Amazon non mi piace – come per tutti i grandi magazzini – la filosofia dell’accumulo dove ogni cosa, indipendentemente da cosa sia, esiste in quanto merce: il libro accanto alle scarpe non mi piace. Nemmeno accanto alla torta di cioccolato, anche se sono golosa di entrambi.
Resto tenacemente ancorata al tempo giusto per ogni cosa e al luogo giusto per abitare quel tempo.

L’utilità dovrebbe essere un concetto non generico, ogni volta declinato nelle sue specificità: le scarpe mi servono per camminare, anche se oggi sono anche un lusso, un essere alla moda, un segnale di appartenenza a …; i libri mi servono per respirare, per imparare, per conoscere. Per ridere o per piangere. Messi lì, accanto alle scarpe, diventano solo uno dei tanti (troppi) beni consumabili. È quest’idea, anzi, questa pratica del consumo che mi amplia negli orecchi anche il rumore dei denti e delle mascelle che divorano la torta, e il silenzio speciale che richiederebbe la lettura ha un brivido di repulsione, e io mi ritraggo: dalle scarpe, dalla torta, dalla serenità perturbata dei libri. Io non compro: esco.

Eppure come non apprezzare la tecnologia della vendita on line, dello schermo “dentro c’è tutto”: facilita la vita – anche il grande magazzino reale facilita la vita, ovviamente, ma dipende di quale vita stiamo parlando. La nostra è correre, mordere, fuggire. Non è mai abitare, stare, godere. Magari tornare.
E quindi là, davanti allo scaffale, o qui, davanti allo schermo, io sono il consumatore libero di esercitare con un semplice click o con un gesto prensile la scelta e l’acquisto, e per astuta strategia di vendita là dove le merci sono tante, varie, diversificate e soprattutto scontate io, consumatore, rischio una scarica megagalattica di endorfine, e mi sento appagato e felice.

Nel nuovo mito del paese di Cuccagna, Amazon è sicuramente il cuore di un modello economico vincente.
Nel reale come nel virtuale, anzi nel virtuale è meglio: non devo uscire. Il bene mi arriva dentro casa, come la televisione, che mi porta la vita degli altri dentro casa; e il mondo, invece di allargarsi, si plasma sui metri quadri del mio salotto. Tutto a portata di mano: basta un click.

Ho fatto l’aiutolibraia per pochissimo tempo –  nella libreria di una mia amica: una di quelle che eredita il mestiere per impronta materna non per invenzione del momento. Seguendo la sua attività, mi sono resa conto di quanto sia difficile vendere i libri: chi entra in una libreria di quartiere, una libreria generalista, di quelle dove le novità sono in numero decisamente inferiore ai Classici e ai libri della piccola e media editoria, per prima cosa chi entra ha necessità di parlare; è come se entrando dicesse: “ho un po’ di tempo, sono appena uscita dall’ufficio, devo andare a prendere i ragazzi in palestra, ho completato la spesa alimentare…insomma… ho un po’ di tempo… per me”.

E le vedi girare queste persone, più donne che uomini, toccando copertine, annusando la carta, cercando con lo sguardo il tuo per l’inizio necessario, desiderato, atteso di una conversazione: “l’ha letto lei? Che ne dice? La mia amica me lo ha suggerito.. E mia figlia… è adatto per una ragazzina di…? io alla sua età non avrei potuto… non c’erano libri così… e poi comunque non me l’avrebbero mai comprato…”

Ho imparato in quel breve periodo che un libro è un oggetto particolare: non contiene parole, le ispira. Non chiude frasi e pensieri o storie di qualcuno tra le pagine, scatena il bisogno di storie di tutti: crea un legame.

Tentavo l’avventura editoriale in proprio mentre fingevo di essere un’aiutolibraia, e non c’è stata una volta che segnalassi alle persone che entravano i libri della mia casa editrice; speravo che parlando di tutto venisse fuori un appiglio concreto, e solo allora… se quel legame d’amorosi sensi diventava palese, allora, con gli occhi bassi, pudicamente: “questo libro glielo consiglio, l’ho fatto io”. E mi sembrava più che un invito quasi una confessione, una confidenza intima tra vecchi amici.

Io amavo quei libri: li avevo visti crescere, uno a uno; e quando si ama qualcuno si spera per lui, sempre, che incontri un altro alla sua altezza.

Gli editori artigiani, quelli piccoli, sono davvero i proprietari dei libri. Superano addirittura l’autore in questa smania di possesso. Sono il primo lettore in assoluto, spesso l’editor che ha curato la versione definitiva, sono l’ombra del tipografo: hanno immaginato quel libro, hanno corretto grammatica e refusi, hanno discusso l’esistenza stessa di un personaggio, hanno scelto la carta e controllato le ciano, hanno litigato per un colore sbagliato, hanno ringraziato il grafico per l’impaginato notturno.

I piccoli artigiani della parola e della carta. Della parola che si fa carta e viaggia. Anche se la durata o l’estensione del viaggio, spesso, si ferma dietro il vicolo.

Ai piccoli artigiani del libro corrispondono gli artigiani della vendita: sono due razze in estinzione. Gli editori sempre in crisi, in rotazione tra morti e appena nati; i librai delle librerie indipendenti come i dinosauri o gli orsi polari.
Non voglio dire che Amazon sia  il meteorite o l’effetto serra che scatena la scomparsa ma se la concorrenza dello sconto, la confusione dell’offerta, la velocità dell’acquisto, la mercificazione della scrittura, l’iperproduzione di novità diventano il modello della comunicazione editoriale… è difficile pensare che resti spazio – e soprattutto tempo – per altri modi e per altri ritmi.

Amazon non è una grande libreria. Amazon è un grande magazzino. Con il valore aggiunto, rispetto al supermercato in piazza, che la merce arriva a casa, che anche il gesto-tempo di “muoversi verso” si annulla nello stare sempre qui, fermi, al sicuro.

E, allora, la sicurezza diventa, in questo mondo che ci minaccia pericolosamente, un imperativo categorico; cosa serve ascoltare i consigli del libraio vecchia maniera? c’è la stampa, la pubblicità, la televisione… quel dire impersonale che, anche se è il megafono dietro cui si nasconde il venditore, finge precisione (mira il target), costruisce esattezza e semplicità di giudizi (l’analfabetismo di ritorno implica l’uso e la comprensione di parole di base), e infine rassicura: “così fan tutti”.
La questione non è essere consigliati ma essere guidati. Questo fa sentire sicuri.

Il libro su Amazon: En Amazonie, non affronta questa ricaduta sociale, la fa intravedere, la suggerisce; per molti versi – lo si comprende tra le righe – è la motivazione autentica dell’autore, la fase pre-indagine, la pietas che si percepisce nella scrittura.

Ciò su cui punta il dito, invece, è l’interno di quel magazzino, il dietro lo schermo. E non usa toni gridati: non c’è scandalo qui a far presa. Basta la cronaca di un periodo di lavoro, fingendo di essere un interinale e svolgendo la vita che “fan tutti”. Basta un diario di bordo.
La vita (im)possibile all’interno di un modello di lavoro che sarà, se lo lasciamo fare, il futuro.

Un futuro basato sulla precarietà come sistema, smistato dalle agenzie interinali, giocato sulla necessità del lavoro (servilismo) non sull’utilità (servizio) e spostato sull’asse ottimista dell’efficienza produttiva di cui, sgangheratamente, ci illuderemo tutti di far parte perché se l’azienda funziona è come se ci dicesse – e lo dice, infatti: grazie! perché se la quantità abnorme di merce che passa ci costringe a lavorare in orari fuori da ogni norma, il risultato: crescere, espandersi, battere tutti… è merito anche della nostra paziente impagabile docilità.
Ed essere docili è il mezzo più certo per essere sicuri di lavorare.

Ieri notte abbiamo superato l’obiettivo!
Se abbiamo potuto realizzare questa prestazione
è grazie a coloro che ieri hanno accettato di
fare delle ore di straordinario dalle 4:50 alle 5:50.
Un grande, grandissimo grazie a tutti loro. Facciamo loro
un applauso.

EVVIVA!

Il sorriso di Amazon è per i clienti: soddisfatti. Ma anche imposto alla sua forza lavoro interna, che è come la merce: indistinta a livello personale, fortemente ruolizzata, in una catena di montaggio perfetta. Tutto funziona. Funzionano anche i momenti ricreativi collettivi (WORK HARD HAVE FUN MAKE HISTORY – è il motto dell’azienda) così simili alle parate sportive di antica memoria dittatoriale. Antica, quindi: dimenticata.

Anche la sorveglianza continua è legittima: qui il tempo è denaro; anche la perquisizione personale è accettabile – si sa la tentazione è umana; anche parlare tra dipendenti è un’anomalia denunciata perché ogni cosa che rallenti l’efficienza del sistema è pericolosa. È un danno. Quando si usa spesso questa parola c’è in atto una sotterranea cosificazione del mondo: sono gli oggetti che si danneggiano nella spedizione, nell’imballo: le persone non sono mai danni.
Il motto del “tutti insieme tutti per uno” non ha più la leggerezza romanzesca dei moschettieri del re del Dumas della mia infanzia ma è un sistema che funziona, lo capisco, è una sicurezza per tutti. Nessuno vuole essere danneggiato.

C’è un’altra cosa molto importante: in Amazon tutti si danno
del tu. Sapete perché in Amazon tutti si danno del tu?
Perché si lavora più velocemente quando si è in confidenza
e non si ha paura di affrontare gli altri.
Dovete dare del tu anche ai vostri manager, i vostri
superiori. Dovete dare del tu anche al direttore, se
si dovesse rivolgere a voi.

Benvenuti nel peggio del nuovo mondo.
Il paese di Cuccagna. Tutti mangiano alla mensa del re? No, se aveste letta la fiaba nera di Grimm sapreste che il leit motiv è un altro: “Vi ho mentito abbastanza?”
Fa niente, non c’è tempo per leggere, né più tempo per pensare.

Per me, personalmente, lavorare in fabbrica ha voluto dire, che tutte le ragioni esterne sulle quali si fondavano la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa, sono state radicalmente spezzate, in due o tre settimane, sotto i colpi di una costrizione brutale e quotidiana. E non credere che ne sia conseguito in me qualche moto di rivolta. No; anzi, al contrario, quel che meno mi aspettavo da me stessa: la docilità. Una docilità di rassegnata bestia da soma. Mi pareva d’essere nata per aspettare, per ricevere, per eseguire ordini – di non aver mai fatto altro che questo – di non dover mai far altro che questo. Non sono fiera di confessarlo.
È quel genere di sofferenza di cui nessun operaio parla; fa troppo male solo a pensarci”. (Simone Weil, La coscienza operaia)

En Amazonie di Jean Baptiste Malet dalla Fiera di Roma passerà alle librerie, e la domanda, a questo punto, è doverosa: lo troveremo in vendita su Amazon?